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Trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare: necessario il lavoro di squadra

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) rappresentano una serie di patologie psichiatriche molto serie, caratterizzate dall’utilizzo del corpo come strumento d’espressione di un disagio psicologico profondo. Il cibo che lo nutre diventa un nemico da cui difendersi, oppure materia con cui riempire il vuoto interiore. 
Attualmente, l’anoressia e le altre forme di DCA sono da considerarsi fra le modalità patologiche maggiormente espresse dal disagio adolescenziale, soprattutto quello femminile.
Le cause non sono state ancora del tutto chiarite, sebbene alcuni fattori siano considerati determinanti nello sviluppo di queste patologie, definite culture-bound, in quanto la componente culturale occidentale (mode, modelli, tendenze sociali) appare in tutta la sua dimensione, paradossi e angosce compresi. Come per tutte le patologie psichiatriche, anche per i DCA  esiste una predisposizione genetica che può favorire il rischio di sviluppare malattia. Nonostante l’oggettiva difficoltà nel valutare questo tipo di rischio, alcuni studi riportano che soggetti con DCA hanno in famiglia una maggiore presenza (rispetto a famiglie di persone sane) non solo di disturbi dell’alimentazione, ma anche di depressione e di dipendenza.

In ogni caso, questa categoria di patologie, fra cui oggi si annoverano anche  la vigoressia e l’ortoressia, forse meno note ma non meno pericolose della anoressia e della bulimia, non può essere più considerata rara, né si può sottovalutare lo stretto legame con il contesto socio-culturale in cui viviamo.
Fra tutti i DCA, nell’anoressia nervosa sono presenti modificazioni nutrizionali tali da rappresentare un elevato rischio metabolico. I malati di anoressia, per lo più di sesso femminile, presentano una malnutrizione proteico-energetica di vario grado che può portare a morbilità fisica e psicologica e, a lungo termine, a morte. Dal progressivo dimagrimento e dalla perdita conseguente di riserve adipose si prosegue, nelle forme gravi, alla riduzione di massa muscolare, utilizzata a scopo energetico, e alla decalcificazione ossea che porta progressivamente a osteoporosi. Per contrastare gli effetti della malnutrizione il metabolismo e il sistema endocrino mettono in atto una serie numerosa e complessa di adattamenti finalizzati a mantenere in vita l’organismo (perdita delle mestruazioni, elevata produzione di corpi chetonici, alterazione della produzione di insulina e della funzionalità tiroidea). Le modificazioni fisiche e comportamentali conseguenti il digiuno protratto generano ansie e paure che mettono a dura prova il contesto familiare e il suo equilibrio. Data la varietà e la complessità delle conseguenze cui va incontro una malata di anoressia, è evidente che il trattamento di questa patologia deve essere multiprofessionale e coinvolgere, cioè, competenze varie e complementari fra di loro.
Nella mia pratica, sempre più spesso, purtroppo, incontro famiglie con questo problema. Nel caso di ragazze molto giovani (dai dieci ai sedici anni, negli ultimi anni l’esordio è ancora più precoce), sono in genere le madri ad allarmarsi  e chiedere aiuto, una volta sparito il mestruo o appena realizzato che il calo di peso è stato repentino e che perdura nel tempo. Le ragazze più grandi, invece, arrivano nel mio studio con la richiesta (paradossale) di una dieta che ne riduca ancora il peso e le circonferenze. Dietro ogni caso di anoressia in genere ci sono dinamiche complesse che vanno necessariamente e urgentemente affrontate con l’aiuto di altri professionisti. Il supporto nutrizionale, insomma, è fondamentale, ma non può bastare a sciogliere i nodi che hanno condotto alla manifestazione della patologia.
I miei percorsi sono sempre affiancati e coadiuvati dal lavoro, prezioso, paziente e competente di figure come lo  psichiatra, il neuropsichiatra infantile, lo psicoterapeuta, oltre che il ginecologo e altre figure riabilitative, a seconda dei problemi che via via si presentano. Il percorso dei vari professionisti va di pari passo al mio e, a ogni occasione, sollecita, supporta, completa e contiene, ogni intervento sul piano alimentare, ogni variazione di peso, ogni passo in avanti e ogni fallimento. E’ necessario, infatti, lavorare su aspetti quali la dispercezione corporea, il perfezionismo clinico, la rigidità, la bassa autostima, l’eccessivo controllo sul proprio corpo e sui suoi bisogni. Si tratta di un lavoro paziente e complesso, ma anche arricchente e gratificante che deve coinvolgere, oltre alla paziente, i suoi familiari. Posso dire, senza ombra di dubbio, che i casi che ho seguito con maggiore soddisfazione e con migliori risultati sono stati quelli in cui l’intera famiglia si è sottoposta a trattamento psico-educativo, collaborando a ogni fase del percorso. Oltre alla multidisciplinarietà e al coinvolgimento delle figure di riferimento, c’è da mettere in conto anche un altro fattore fondamentale: il tempo.  Ho imparato molto presto che la sofferenza e il disagio che accompagnano un DCA sono tali da creare, soprattutto nei familiari, l’aspettativa di una soluzione immediata. Ma, essendo queste patologie, la punta di un iceberg sommerso, è necessario concedersi il tempo di acquisire gli strumenti adeguati per affrontare il percorso verso la guarigione, mettendo in conto gli alti e i bassi tipici di questi disturbi e procedendo con tenacia e fiducia. E’ un tempo necessario quello che si interpone fra i primi momenti successivi alla diagnosi (psichiatra, neuropsichiatra infantile, altra figura medica specialistica) e l’inizio del miglioramento fisico e psichico della paziente; un tempo in cui ogni dinamica, ogni dubbio, ogni sofferenza devono trovare la loro collocazione, la loro giustificazione e accettazione.
Negli ultimi anni stiamo assistendo a una maggiore diffusione e un abbassamento dell’età di esordio di tutti i DCA, in particolare di quelli selettivi/restrittivi ce di quelli compulsivi. Inoltre, le drastiche restrizioni sociali resesi necessarie negli anni di pandemia hanno avuto importanti conseguenze sui soggetti più fragili, con un inasprimento dei sintomi e una maggiore frequenza di esordio fra i più giovani. In Italia si stima un aumento di c.a. il 40%.
In coerenza con il dato nazionale, anch’io ho registrato una maggiore incidenza e un abbassamento dell’età di esordio. In particolare, sono due gli aspetti che risultano più allarmanti, oltre che più frequenti: 1) la maggiore frequenza e diffusione nei piccoli (anche al di sotto dei tre anni) dei disturbi selettivi/restrittivi e 2) il carattere sfumato di molti dei disturbi cibo-correlati (nell’età evolutiva in generale). Infatti, molti degli accessi al mio studio riguardano bambini anche al di sotto dei cinque anni che spesso soffrono del disturbo che nel DSM-5 (2013) viene definito Disturbo evitante-restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID: Avoidant/restrictive food intake disorder). E’ una nuova categoria diagnostica che raccoglie i casi in cui l’assunzione di cibo è insufficiente e non si associa (come avviene per altri disturbi alimentari classici) con l’attenzione morbosa alle forma corporee. In letteratura, alcuni autori distinguono tre tipologie di ARFID: 1) disinteresse per il cibo e l’atto alimentare; 2) iper suscettibilità sensoriale verso gli alimenti; 3) la paura di eventuali conseguenze avverse all’atto alimentare (soffocamento, vomito, nausea, dolori addominali).

A Pisa è presente un gruppo di lavoro sui Disturbi Alimentari Precoci , da me coordinato, che si occupa di prevenzione, diagnosi e trattamento. Ho fondato questa realtà in collaborazione a molte figure con cui collaboro da anni (Centro Il Colibrì), convinta della necessità di offrire aiuto e supporto alle famiglie investite da queste problematiche complesse e faticose; fiduciosa, come sempre, che il lavoro di squadra sia la soluzione più efficace.

 

Per informazioni sul gruppo Disturbi Alimentari Precoci scrivere a giusi.d’urso@libero.it

Per approfondire:

ARFID- Rachel Bryant-Waugh- Positive Press
Terapia cognitivo-comportamentale per il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo – J. Thomas, K. Eddy – Positive Press
Il cibo dell’accudimento – Giusi D’Urso – MdS Editore
Anoressie e bulimie. Massimo Cuzzolaro, Il Mulino
Psicodinamica dell’alimentazione nella prima infanzia
Sito AIDAP, Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso

 

 

 

 

Alimentazione e nutrizione in adolescenza – 1 e 2 marzo 2022

L’adolescenza è quel momento in cui ogni modello pregresso, ogni abilità acquisita vengono messi in discussione in nome dell’autonomia e della condivisione di nuove tacite regole al di fuori del nucleo familiare. Gli adolescenti sviluppano una nuova consapevolezza sul cibo e sul corpo, e al contempo tendono a omologarsi e uniformarsi al gruppo dei pari. Questo li rende più fragili e più lontani dall’ascolto dei loro veri bisogni. La compagnia virtuale attraverso gli smartphone produce lo stesso effetto, con l’aggravante di distrarre i giovanissimi dalle sensazioni reali di fame e sazietà. L’adolescenza è un tempo di crescita difficile, in cui l’alimentazione, da sempre legame e tramite fra l’individuo e il mondo esterno, gioca nel bene e nel male un ruolo importantissimo. Con il gruppo online “Alimentazione e nutrizione in adolescenza”, previsto per l’inizio di marzo, affronteremo le tematiche relative ai fabbisogni nutrizionali e alle rischi e alle derive cui spesso sono soggetti. Il gruppo è aperto a tutti.

Per informazioni scrivete a giusi.durso@libero.it

L’adolescente, il cibo e la fragilità del gambero

Chiunque si sia trovato alle prese con un (o una) adolescente conosce bene quella sensazione particolare, mista a disagio, rabbia e perplessità, che insorge guardandolo, ascoltandolo e cercando di aprire un varco comunicativo fra il suo tirar su “spallucce” e il suo broncio apparentemente immotivato. Eppure, l’adolescente, nonostante il suo fare spesso spavaldo e strafottente, è un essere fragilissimo e vulnerabile, in balia di vere e proprie trasformazioni, volte a costruire un’identità, attraverso la risoluzione di problemi che lo sviluppo gli pone continuamente davanti. Ciò che noi adulti leggiamo come disordine, distrazione e apatia riflette, in realtà, una metamorfosi interna che esige concentrazione, investimento di attenzione ed energia per metabolizzare i nuovi stimoli, la scoperta di nuove strade possibili da percorrere e imparare a gestire tutte le sollecitazioni che irrompono con violenza e all’improvviso nel suo mondo di bambino. I suoi riferimenti diventano assolutamente esterni al nucleo familiare: se prima la vicinanza dei genitori lo rassicurava, adesso lo mette a disagio e chiede a gran voce un riscatto totale, determinato, senza ripensamenti.
mamma-e-figlia-adolescente_o_su_horizontal_fixedIn questa fase così particolare e complessa, a volte, il cibo assume connotazioni eccezionali e può trasformarsi in strumento di ricatto o di “riscatto”, oggetto di scontri  o “incontri”, simbolo di un modello da rifiutare o, al contrario, di nuove strade da percorrere. Può accadere, infatti, che l’adolescente utilizzi il cibo come un vero e proprio linguaggio, rifiutandolo o imitando le scelte alimentari degli altri o ancora, semplicemente, operando scelte completamente diverse dai modelli familiari, utilizzando spesso il corpo come strumento da frapporre fra se stesso e il resto del mondo.
Si tratta di un efficace modo di attirare l’attenzione degli altri sul proprio stato di “neonato sociale”, sulla propria momentanea fragilità e sui propri bisogni che, mai come in questa fase, necessitano di ascolto, accoglienza e comprensione.
Per spiegare la fragilità e la vulnerabilità di un adolescente, Françoise Dolto, psicanalista infantile francese vissuta nel secolo scorso, paragona l’adolescente al gambero, il quale, prima di fabbricare il guscio nuovo, perde quello vecchio, restando esposto a gravi pericoli. In questa fase, il gambero resta nascosto sotto le rocce e negli anfratti, fino a quando non avrà un nuovo guscio a difenderlo. Se durante il periodo di estrema fragilità subirà delle ferite, esse rimarranno per sempre sotto forma di cicatrici, nonostante il guscio nuovo le ricoprirà.
Il cibo, nel tempo della fragilità del gambero, è la moneta di scambio che l’adolescente baratta con l’attenzione al suo trasformarsi e al suo bisogno di sentirsi autonomo ma comunque guidato e accudito, nonostante gli atteggiamenti ribelli e spavaldi ci inducano a pensare diversamente. Si tratta di un accudimento diverso, ovviamente, di una partita che si gioca su un terreno nuovo, più maturo in cui il genitore dovrà essere in grado di accedere con nuove regole e nuovi linguaggi, senza abdicare al suo ruolo ma concedendo al/alla proprio/a adolescente lo spazio e il tempo di una nuova, fondamentale e formativa autonomia, anche in campo alimentare. Senza rigidità, senza traumi, senza giudizi lapidari.
Il modello familiare rappresenterà, sempre e comunque, uno stampo originale su cui costruire le scelte del nuovo individuo. Una volta costruita la nuova “corazza”, il gambero non temerà il ritorno a questo modello che integrerà con le sue nuove scelte, con coraggio, consapevolezza e indipendenza.

 

Immagine tratta dalla rete

Cibo, disabilità e disagio

da Spunti di NutrizioneFino a qualche anno fa non avrei mai immaginato di utilizzare le mie competenze professionali in ambiti così particolari e specifici quali quelli della disabilità fisica e cognitiva e degli stati di disagio psicologico e sociale.
Per caso – ma il caso esiste? – ebbi anni fa l’occasione e il privilegio di lavorare con bambini affetti da patologie genetiche, anche gravi e quella esperienza – lo ricordo bene – mi cambiò per sempre, offrendomi la possibilità di utilizzare i miei strumenti in un modo inatteso e, al tempo stesso, dandomi la sensazione di potermi rendere utile in ambiti che fino a quel momento avevo considerato lontani dal mio. La riflessione che ne è scaturita mi ha portata alla convinzione, sempre più strutturata, che il cibo e l’atto di alimentarsi e di lasciarsi alimentare sono azioni assolutamente imprescindibili e che, più spesso di quanto immaginiamo, possono rappresentare un rifugio, una via d’uscita, un supporto a svariati percorsi e protocolli terapeutici.
Di recente, questa esperienza interessante si è, in un certo senso, integrata e arricchita attraverso un’altra: quella del disagio psichico e sociale. In modo sorprendente, il cibo, la cura per i propri gusti, del proprio corpo, la consapevolezza di ciò che scegliamo, insomma, l’attenzione a come ci nutriamo possono coadiuvare percorsi e recuperi in questi ambiti così complessi. Lavorare sulle dinamiche nutrizionali, manipolare gli alimenti, raccontare le proprie preferenze a tavola e confrontarsi con gli altri significa spesso recuperare il rapporto con il proprio corpo e con ciò che lo appaga e lo fa stare bene. Il cibo è, ancora e sempre, il legame profondo con chi ci ha nutrito e ci nutre, con la terra, con noi stessi, con la nostra storia: l’espressione più alta dell’accudimento e dell’auto-accudimento. Come ho fatto anni fa a non immaginare risvolti così interessanti?
Ogni giorno scopro che fare la nutrizionista significa lavorare su più fronti, essere aperti all’aggiornamento costante e profondo, imparare continuamente dagli altri e adoperarsi per rendersi utili.

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Immagine di Giusi D’Urso (tratta dal testo Spunti di nutrizione ed altro. MdS)

Strumenti di nutrizione pediatrica

vitadamamma.comIl pasto assistito è un o strumento utilizzato nel trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e consiste in un momento di osservazione in cui la paziente (o il paziente) viene assistita durante i pasti da un operatore per aiutarla/o a superare gli ostacoli che impediscono un’assunzione adeguata di nutrienti per quantità e qualità.
Nella mia pratica, tuttavia, ho sperimentato, e negli anni collaudato, un pasto assistito particolare, o più correttamente un pasto “osservato”, adattandolo ai problemi alimentari in età pediatrica, che siano relativi all’inappetenza comune, a disordini alimentari di vario tipo o al rifiuto pervicace del cibo. Si tratta di osservare  la bambina o il bambino in questione durante uno dei pasti principali, possibilmente quello che nel racconto dei genitori viene riferito più problematico, e raccogliere in quel contesto una serie di informazioni che possono essere utili al completamento di una buona anamnesi. L’osservazione deve avvenire in totale accordo con i genitori, in completo silenzio da parte dell’operatore e con modalità non invasive.
In genere, questo tipo di osservazione, meglio se ripetuta più di una volta, si rivela molto utile (in qualche caso, addirittura, illuminante) nel reperire informazioni e chiarire dinamiche alimentari complesse.
Sebbene possa risultare una richiesta insolita, soprattutto all’inizio di un percorso di riabilitazione alimentare dei piccoli, il pasto assistito in età pediatrica , come momento di attenta osservazione, rappresenta a mio avviso uno strumento prezioso per chi lavora nell’ambito della nutrizione pediatrica.

 Immagine tratta dal web

Informazioni su sedi, orari e modalità operative dello studio nutrizionale
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Non solo DCA
Le risposte dei grandi
Se non mangiomi vuoi bene?

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Corso ABNI di nutrizione pediatrica

 

 

 

 

 

 

 

immagine tratta da vitadamamma.com

Non solo DCA

 

DSCN4068I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) rappresentano una categoria di patologie diffuse nei paesi industrializzati e dette “culture-bound”, per indicare la relazione stretta che esiste fra le pressioni socio-culturali (modelli estetici, mode e tendenze) e l’eziologia di questi disturbi. In Italia, i DCA coinvolgono approssimativamente tre milioni di giovani. Il dubbio o semplicemente la paura che una figlia o un figlio possano essersi ammalati di queste gravi patologie getta spesso i genitori nello sconforto e genera tensioni e ansie che cropped-DSCN5808.jpgpeggiorano le dinamiche familiari.
Mi accade spesso di ascoltare genitori preoccupati per il rifiuto pervicace del cibo da parte di bambini in età pre-scolare, scolare o di adolescenti e la parola Anoressia è quasi sempre sottintesa, anche se non viene nemmeno nominata per paura che si materializzi all’istante.
Oltre alla necessità di valutare attentamente, insieme al pediatra di famiglia e a uno psicologo o uno psichiatra esperti nel campo, la presenza o meno di sintomi e comportamenti che facciano pensare a un DCA, mi sforzo sempre di leggere fra le paure e le ansie dei genitori tutto ciò che può rivelarsi utile alla comprensione del problema. Poiché il rifiuto del cibo in età pediatrica (e non solo) può avere molti significati: dalla facilità con cui un bimbo si sazia al richiamo d’attenzione, da un’inappetenza momentanea e transitoria a una fase di cambiamento repentino durante la crescita. Solo un’attenta anamnesi, magari ripetuta più volte, può dare informazioni utili.
Ad esempio, mi capita spesso di dover lavorare sul ciclo fame/sazietà di un bambino, sulla strutturazione dell’alimentazione giornaliera e sulla qualità dei suoi pasti, in quanto molto più frequentemente di quanto si possa immaginare, i bambini arrivano ai pasti principali già sazi per cui tendono a rifiutare il pasto e il momento di condivisione ad esso legato. A volte, invece, è il gusto il protagonista del “contendere”: molti bambini, per esempio, rifiutano il pasto a scuola perché non coincide con le proprie preferenze alimentari, “allenate” su altri sapori, su altre abitudini, altri cibi.
Nei casi in cui è stata esclusa una patologia, ciò che può aiutare è un percorso di educazione alimentare individuale e familiare che miri alla ristrutturazione delle corrette abitudini alimentari e alla riabilitazione del gusto.
Nei casi più complessi e, per fortuna, più rari, dietro al rifiuto del cibo possono celarsi dinamiche più profonde e più gravi. Sarà necessario, allora, confrontarsi con un gruppo di professionisti adeguati o inviare il bambino o l’adolescente ad un centro specializzato.
In generale comunque, sono l’ascolto e l’attenzione gli strumenti che fanno davvero la differenza, insieme alle competenze e all’empatia.
Una cassetta degli attrezzi completa, insomma, da cui, credo, chi fa il mio lavoro non possa prescindere.

 

Informazioni su sedi, orari e modalità operative dello studio nutrizionale

 

 

Immagini di Giusi D’Urso

 

Pensa alla salute!

Presso lo Studio di Nutrizione Clinica dott.ssa Giusi D’Urso
Biologa Nutrizionista, Patologa Clinica sono attivi vari percorsi nutrizionali!

 Percorso Sovrappeso/obesità (2 mesi)


Due mesi intensivi di riabilitazione nutrizionale, con incontri settimanali che prevedono:

  • educazione alimentare: imparare a scegliere, conservare, preparare e associare bene i cibi;
  • piano alimentare personalizzato: ognuno di noi risponde in modo individuale al cibo di cui si nutre. Il piano alimentare deve adattarsi allo stile di vita, al gusto e alle esigenze individuali. Durante il percorso viene plasmato e modificato in relazione ai cambiamenti metabolici e ai risultati raggiunti;
  • controlli settimanali dei parametri antropometrici (peso, altezza, circonferenze);
  • colloqui con la Nutrizionista sulla motivazione e l’esperienza del percorso.

Percorso Pancia mia (1 + 3 mesi)

 

Dedicato a chi soffre di:

  • stipsi
  • colite
  • gonfiore
  • ernia iatale e reflusso
  • digestione lenta

Un mese di incontri settimanali di supporto nutrizionale con

  • piano alimentare personalizzato
  • trattamento di integrazione per l’apparato gastro intestinale.

Seguito da tre mesi di supporto e mantenimento, con 1 incontro al mese.

 Percorso Metabolismo (2 + 6 mesi)

 

Supporto nutrizionale per chi soffre di:

  • diabete di tipo I o II
  • sindrome metabolica
  • patologie tiroidee
  • obesità
  • gotta
  • ipertensione
  • alterazioni del profilo lipidico

Due mesi di incontri settimanali per:

  • piano alimentare personalizzato
  • controlli dei parametri antropometrici
  • educazione alimentare
  • adattamento dello stile alimentare alla patologia
  • integrazione personalizzata

6 mesi di mantenimento: 1 incontro mensile per i successivi 6 mesi.

Percorso Pelle sana (2 mesi)

 

Supporto nutrizionale a problemi di acne, psoriasi ed altre comuni patologie dermatologiche, comprendente 3 mesi di incontri settimanali per:

  • piano alimentare personalizzato
  • integrazione personalizzata
  • educazione alimentare

Si effettuano percorsi di supporto nutrizionale:

1.    durante e dopo terapie oncologiche
2.    per i disturbi della condotta alimentare.

Per informazioni  e appuntamenti telefonare al 347 0912780.

Nata a Messina il 5 marzo 1967, vive e lavora a Pisa, in via Pietro Angeli da Barga, 1. Iscritta all’ONB con n. 058610.

Giusi D’Urso Biologa Nutrizionista. Dopo la laurea in Scienze Biologiche si è specializzata in Patologia Clinica, ha frequentato un master biennale presso CNR di Pisa in Tecniche di perfusione e analisi cliniche nelle malattie cardiovascolari (1995-1997); un perfezionamento annuale presso l’Università di Pisa in Patologia Molecolare (1996); un master biennale, accreditato con Syntonie, in Alimentazione clinica ed applicata (2005-2007); un master annuale presso Università di Firenze – Azienda Ospedaliera Careggi, dal titolo Disturbi del comportamento alimentare in infanzia e in adolescenza (2010-2011).

Lavora presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pisa come Biologo, funzionario tecnico a tempo indeterminato, in regime di part-time e presso diversi poliambulatori di Pisa e provincia, in regime di libera professione, in qualità di Biologa Nutrizionista. Si occupa, pertanto, prevalentemente di Nutrizione Clinica, con particolare attenzione al supporto nutrizionale in cosi di patologie metaboliche, gastrointestinali e oncologiche.
Si occupa anche di divulgazione in campo nutrizionale, avendo al suo attivo i testi: Mangiare in allegria, Felici Editore e Spunti di Nutrizione ed altro, Manidistrega Editrice, Ti racconto la terra per ETS Edizioni (In stampa) e diverse collaborazioni a testi divulgativi quale co-autrice (Per Felici Editore e Loescher –Zanichelli).
Realizza numerosi progetti didattici nelle scuole primarie e secondarie. Ha collaborato con la Provincia di Pisa, nell’ambito del Piano del Cibo. Attualmente collabora con AIED – Pisa con percorsi di supporto nutrizionale e con Confederazione Italiana Agricoltori, sezione pisana, nell’ambito di interventi di educazione alimentare in aziende agro-alimentari.È responsabile dello sportello Mangiosano dell’associazione BabyConsumers e presidente del Centro di Educazione Alimentare La MezzaLuna. È formatrice per Syntonie, ABNI, FISM e CIA di Pisa.

 

La guerra a tavola!

Il pasto dovrebbe rappresentare per la famiglia un’ottima occasione per ritrovarsi e condividere sensazioni ed emozioni positive. Dopo una giornata trascorsa fra impegni di scuola, sport, musica ecc., quante cose hanno da raccontarci i nostri bambini!
Spesso accade,invece, che il pasto si trasformi in una piccola guerra quotidiana togliendoci il piacere di stare insieme.
Capricci, inappetenza, cattive abitudini possono rendere questo momento di preziosa convivialità una faticosa prova di pazienza e resistenza.
E il cibo? Che posto dare, allora, al nutrimento? Come va gestito in una situazione difficile come quella appena descritta?
Una delle cose principali da ricordare è che nessun bambino si lascerà mai morire di fame davanti ad una tavola ricca di cose buone da mangiare. Piuttosto egli tenderà a scegliere non solo secondo i suoi gusti, ma anche secondo i vostri! L’imitazione è una delle prerogative dei bambini, soprattutto a tavola.
Quindi l’importante è mostrare sempre coerenza nelle scelte alimentari, senza lasciarsi distogliere troppo dai capricci e dai tentativi di “destabilizzazione” messi in atto dal vostro piccolo.
La colazione, il primo pasto della giornata, rappresenta uno dei momenti più importanti dal punto di vista alimentare. Essa infatti rifornisce l’organismo dopo un periodo di digiuno prolungato. Spesso i ritmi frenetici della quotidianità ci portano ad essere frettolosi e a non prestare troppa attenzione a ciò che mangiamo e che proponiamo ai nostri figli.
La fretta ci fa iniziare la giornata col fiatone e con la sensazione che sarà tutto molto faticoso. Ma una tovaglia dai colori allegri e una colazione ricca e appetitosa, possibilmente consumata tutti insieme, possono cambiare la solita partenza a strappo in un inizio più allegro e meno faticoso.
Cosa mettere in tavola a colazione?
Se il vostro bambino beve volentieri il latte e lo digerisce bene, proponeteglielo bianco, o al massimo con un cucchiaino di miele.
Se il sapore e l’odore del latte caldo non è gradito provate a proporglielo appena tiepido. In questo modo risulterà meno acuto. Se proprio volete aggiungere della cioccolata utilizzate un cucchiaino di cacao biologico equo-solidale. Con il latte vanno bene i cereali, i biscotti (meglio se fatti in casa), le fette biscottate e il pane tostato. I cereali, ottima fonte di fibra e carboidrati, non devono essere integrali: l’eccesso di fibra, rende difficoltoso l’assorbimento di minerali preziosi, quali il calcio. In commercio è possibile trovare dei biscotti senza conservanti né coloranti e privi di grassi vegetali idrogenati. Ma se avete voglia di farli da voi, in fondo alla dispensa troverete una ricettina niente male!
Fette e pane tostato: la tostatura rende più digeribili gli amidi, trasformandoli in maltodestrine. Cosa spalmare sopra? Burro e marmellata o miele. Se il vostro bambino è particolarmente goloso potete concedergli della cioccolata fondente due volte a settimana.
E per chi non gradisce il latte? Ci sono numerose alternative: yogurt, spremuta d’arancia, orzo, tè deteinato, altre tisane. Qualche mamma si preoccuperà dell’introito di calcio. Ebbene, il calcio è un minerale contenuto in moltissimi alimenti: carne, pesce, legumi, varie verdure, latticini. Se il bambino non beve il latte e mangia pochi latticini, preparategli i legumi spesso, più che la carne , e dategli da bere dell’acqua ricca di calcio (un paio di bicchieri al giorno).
La colazione sarebbe perfetta se riuscissimo anche a fargli mangiare un po’ di frutta fresca di stagione o secca. La frutta fresca, come sappiamo, è un’ottima fonte di vitamine, sali minerali e fibra. La frutta secca contiene grassi insaturi, sali minerali e carboidrati: una manciata di mandorle (peraltro ricchissime di calcio) o di pinoli possono rappresentare persino un piccolo premio per aver fatto colazione senza fare i capricci!
Se poi la mamma e il papà sono a tavola a fare colazione insieme a lui, il bambino troverà tutto molto più gustoso!
Ricordiamoci di dargli sempre la merenda per la scuola: eviteremo così di sottoporlo a un digiuno prolungato e di farlo arrivare troppo affamato a pranzo. Per merenda o spuntino si intende un piccolo pasto leggero ed equilibrato. Evitate le merendine confezionate e preferite sempre roba genuina e digeribile: pane e …, una fetta di torta fatta in casa, una o due mele, un pezzetto di schiacciata non troppo unta o salata.
E alla fine della mattinata tutti a pranzo!
Se il bambino rimane a mangiare a scuola cercate di tenervi sempre informati su ciò che ha consumato, in modo da non ripetere le stesse cose a cena e da non sovraccaricarlo di nutrienti che ha già introdotto. Se invece avete la fortuna di pranzare con lui e con il resto della famiglia è consigliabile un piatto unico che magari avete preparato o “programmato” la sera prima.
Cosa significa piatto unico? Facciamo alcuni esempi: minestra di legumi, pasta al ragù, risotto alle verdure con parmigiano, pasta al sugo di pesce, pasta con la ricotta, ecc. In generale è meglio prediligere i carboidrati che, soprattutto nella prima parte della giornata, forniscono l’energia necessaria al vostro bambino a muoversi, studiare, giocare, ecc.
Non è necessario forzarli a mangiare la frutta dopo il pranzo se questa è stata consumata a colazione o come spuntino a metà mattinata. Al contrario, se il bambino, come comunemente accade, è restio a mangiarla, proponetegliela spesso durante l’intera giornata, sia come frutto semplice che come macedonia, frullato o centrifugato.
E i succhi di frutta? C’è la convinzione errata che il succo di frutta possa sostituire la frutta stessa. In realtà i succhi che si trovano in commercio, a parte la comodità di poter essere offerti al bambino in qualsiasi situazione, non hanno nessun altro vantaggio, né educativo tanto meno nutrizionale; anzi, da studi recenti è emerso un elevato contenuto di pesticidi, dovuto al fatto che la lavorazione di questi prodotti industriali parte dalla frutta con la buccia e spesso viene effettuata in Paesi lontani, in cui i controlli e le leggi sono più lassi che in Italia.
Ricordiamoci, dunque, che la frutta può essere sostituita solo con la frutta!
La merenda, per i nostri cuccioli, è un piccolo pasto, soprattutto
se il bimbo pratica una o più attività sportive. È consigliabile offrirgli dello yogurt seguito da qualche biscotto e un frutto, oppure una fetta di dolce casalingo e del latte o una spremuta d’arancia. Alternare e variare è importantissimo. Altrettanto importante è non rimpinzarli di merendine pronte, ad alto contenuto di zuccheri e grassi (per non parlare dei coloranti e dei conservanti): tutte cose superflue all’alimentazione di nostro figlio.
La cena, infine, dovrebbe prevedere un piatto proteico (carne, pesce, formaggio, uova, legumi) con un bel contorno abbondante e, in ordine inverso rispetto a quello tradizionale, un primo piatto semplice e ridimensionato (50 g di pasta o riso). La scelta di iniziare la cena con il piatto proteico è legata alla precoce sazietà del bambino, che stanco e magari un po’ stressato dai ritmi frenetici della giornata, finirebbe col saziarsi di pasta e rifiutare la carne (o il pesce, uovo, ecc.). Ricordiamoci , però, di non sovraccaricare l’alimentazione del nostro bambino con troppe proteine animali che, quando in eccesso, danneggiano i reni, il fegato e le ossa. E’ quindi sufficientemente proporre la carne due volte a settimana, così come il pesce, per dedicare gli altri giorni ai legumi, al formaggio e alle uova.
Niente dolciumi prima di dormire, niente yogurt alla fine del pasto. Semmai, per i bambini più piccoli, è concesso un pochino di latte e prima di dormire, purché sufficientemente lontano dalla cena.
Da non trascurare l’idratazione: i nostri bambini di solito bevono pochissimo e le bevande sbagliate. Ricordiamo che l’unica bevanda adatta a un bambino è l’acqua e che dai 10 anni in poi l’introito adeguato si avvicina a quello di un adulto (circa 2 litri al giorno).

Infine qualche consiglio in sintesi:

  • • Preparate piatti semplici e usando prodotti di stagione.
  • • Usate un po’ di fantasia e i colori della frutta e della verdura.
    • Non fatevi prendere dalla frustrazione se il bimbo rifiuta ciò che avete preparato.
  • • Date sempre il buone esempio.
    • Non fate mai mancare frutta e verdura sulla vostra tavola.
    • Davanti alla tentazione di prodotti confezionati spiegategli che le cose fatte in casa contengono un ingrediente prezioso: l’amore della mamma!

Biscotti allo yogurt

Ingredienti: 700 g di farina zero bio, 250 g di zucchero di canna

bio equo-solidale o di miele bio, 150 g di olio extra vergine

d’oliva, 5 tuorli d’uovo e 1 uovo intero, un vasetto di yogurt

naturale, due bustine di lievito per dolci.

Preparate una fontanella con la farina e lo zucchero e versate

dentro le uova, lo yogurt, l’olio e il lievito. Lavorate per bene,

spianate con un matterello e con delle formine a forma di frutta,

cuori, stelle, tagliate i biscotti e poneteli su una teglia coperta

con carta da forno. Infornate a 150 °C fino a quando i biscotti

saranno dorati.

Filastrocca per mangiare

Ogni mattina

Gli amici più fidati

li trovi apparecchiati:

la tazza e il cucchiaino.

Senti che profumino!

La mamma è affaccendata

la torta è preparata.

Il latte e poi i biscotti.

Attento che ti scotti!

Dopo una lunga notte

lo stomaco fa a botte

con la tua fame grande

mangeresti anche un gigante!

Ascolta la sua voce:

lui brontola e poi tace,

ma gaio ti vuol dire

di dargli da mangiare.

Senza la colazione

Cala la tua attenzione,

ti senti fiacco, e in giro

diranno che sei un ghiro!

Per esser sempre sveglio

devi mangiare al meglio.

Pane con marmellata,

d’arancia una spremuta,

di latte una tazza intera

la mamma ne andrà fiera.

Il più bravo dei bambini:

non mangia i merendini!

 

Ricetta e filastrocca tratte da:

“Mangiando in allegria. Mangiare sano e inquinare meno,

proviamo?” di Giusi D’Urso e Paola Iacopetti. Felici Editore, Pisa

Mamma, voglio fare la dieta!

L’adolescenza, si sa, è un periodo di stravolgimenti fisici e psichici cui i nostri figli vanno incontro, che genera non poche conseguenze pratiche, arrabbiature comprese! Oltre alle richieste di uscire da soli, restare ore al telefono con non si sa bene chi e avere quei jeans tanto sciatti quanto costosi, arriva, soprattutto per le ragazze, l’immancabile momento di insoddisfazione per il proprio corpo. Ecco che, improvvisamente, da un giorno all’altro, ci si sente dire “mamma, voglio fare la dieta!”. Guardiamo nostra figlia, che ci sembra perfetta, e le chiediamo il perché. La risposta, immancabilmente, ci disorienta: “Sono grassa!”.

 

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