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Mamma, voglio fare la dieta!

Accade spesso, sempre più di frequente, che i figli adolescenti o ancora più piccoli, comunichino con determinazione la loro decisione di mettersi a dieta. Si informano, soprattutto in rete, riguardo a cosa sarebbe bene mangiare e cosa no per stare in forma, aumentare la muscolatura, ridurre la circonferenza della vita, quella delle cosce, quella dei fianchi. Si confrontano freneticamente sui loro gruppi whatsapp sulla dieta senza grassi, quella senza dietadolci, quell’altra senza carne, senza pasta e senza glutine. Cominciano a dare direttive su cosa mettere a tavola a chi in famiglia si occupa della spesa e a chi di preparare i pasti. E in men che non si dica, il pasto diventa un vero problema: questo non si può, questo non lo vuole più neanche annusare, quest’altro gli piaceva tanto ma adesso lo ha escluso.
Cosa spinge i nostri ragazzi a decidere di privarsi di uno o più alimenti, innescando ansie e preoccupazioni? I motivi possono essere tanti e vari. I modelli estetici con cui i giovanissimi si confrontano quotidianamente sono tendenzialmente fuorvianti: modelle magrissime, personaggi dello spettacolo e dello sport palestrati e prestanti. Potremmo fare un elenco lunghissimo, basterebbe accendere per qualche minuto la tv o navigare fra i siti più cliccati dai ragazzi.
A volte, la sollecitazione a restringere il consumo alimentare nasce dall’imbarazzo davanti al gruppo dei pari che esibisce comportamenti e modelli distanti dalla realtà e che ne fa le chiavi d’accesso al gruppo stesso; oppure dopo un commento troppo pesante riguardo alle forme corporee. Altre volte, può accadere che i genitori siano molto attenti alla forma fisica e che quindi a casa si respiri, volenti o nolenti, aria di “dieta”, che in altre fasi della vita dei figli non sortirebbe alcun effetto. Nella mia esperienza professionale mi capita spesso di ascoltare genitori sopraffatti dai sensi di colpa per il timore che la loro attenzione all’alimentazione sana o una loro scelta alimentare un po’ drastica possa aver influenzato negativamente il proprio figlio o la propria figlia. A questi genitori dico sempre, col cuore in mano, che fare la mamma e il papà è davvero difficile e faticoso e che non devono sentirsi sotto giudizio, né lasciarsi schiacciare dai sensi di colpa, ma che, al contrario, sono stati bravi e attenti a individuare atteggiamenti potenzialmente pericolosi e chiedere aiuto.
Quando è davvero il caso di preoccuparsi al suono della frase “mamma, voglio fare la dieta”?
È bene non drammatizzare e attendere qualche tempo, restando in ascolto e osservando il proprio figlio o la propria figlia: questa scelta potrebbe essere (spesso lo è) momentanea e quindi passeggera. Se l’intervallo di tempo si riduce a qualche settimana, possiamo rilassarci e, senza dimenticare quanto è accaduto, riporre l’ascia di guerra. Se, al contrario, il periodo di restrizione si protrae oltre (mesi), con la tendenza a restringere sempre di più, ad evitare sempre nuovi alimenti e si manifesta con pensieri che diventano ossessivi, o con ansia e angoscia rispetto al cibo e all’atto del mangiare, allora è bene rivolgersi a un esperto, per valutare sia l’aspetto nutrizionale che quello comportamentale. Ricordiamo che nell’infanzia e nell’adolescenza ai fabbisogni nutrizionali di base è necessario aggiungere una quota di energia e nutrienti che supportino la crescita. È facile quindi immaginare come una riduzione calorica importante e prolungata nel tempo possa danneggiare il processo evolutivo, anche in modo importante. La diffidenza e il rifiuto nei confronti del cibo, della condivisione e del tempo trascorso a tavola, se prolungati logorano le relazioni e gli equilibri familiari, innescando paure e pensieri angosciosi ridondDSCN6597anti da cui poi è difficile disimpegnarsi.
Non dimentichiamo, infine, che siamo davanti a una trasformazione profonda e preziosa: il bambino che abbiamo guidato fino a questo momento sta per diventare un adulto, abbandonando vecchi schemi e antiche dipendenze, recuperando autonomia e identità e un’individualità nella quale spesso noi adulti stenteremo a intravedere il cucciolo che abbiamo messo al mondo e che conoscevamo così bene. In questo contesto così dinamico, il cibo rappresenta, e rappresenterà ancora per un po’, un veicolo di messaggi in codice, simbologie ricche e complesse. Sta a noi adulti decifrane i significati, arricchircene a nostra volta e accompagnare il nostro adulto in erba verso ciò che diventerà da grande.

 

 

Informazioni su sedi, orari e modalità operative dello studio nutrizionale.

 

Quanto ci piace mangiare!

cropped-donne-allopera.jpgFino a qualche decennio fa, per spiegare il ricorso al cibo avremmo scritto e sostenuto che quando nel nostro organismo i nutrienti energetici calano al di sotto di un certo valore soglia percepiamo la necessità di mangiare. Oggi sappiamo che questa spiegazione non basta: non mangiamo solo per colmare carenze energetiche e nutritive. Nell’atto del cibarsi si celano molte e complesse relazioni fra sensi, ambiente, metabolismo e genetica. Dal punto di vista biologico, insomma, l’essere umano mangia perché ha fame, ma quest’unica motivazione non basta, in realtà, a guidare le sue scelte alimentari. Ecco alcuni dei motivi per cui ci piace tanto mangiare.

Gli alimenti che abbiamo a disposizione hanno la capacità di incentivare la scelta e l’approvvigionamento a seconda del momento e del contesto in cui vi siamo esposti. Lo stesso cibo, quindi, può apparire più o meno accattivante a seconda dei momenti in cui veniamo a contatto con esso. Ne è un chiaro esempio la tendenza ad acquistare cibarie anche superflue quando andiamo a fare la spesa a stomaco vuoto. In quel momento subiamo l’anticipazione del piacere di mangiare, più che l’esigenza di introdurre nutrienti energetici. Pensiamo anche all’appetibilità di un gelato in una calda giornata estiva, rispetto all’attrazione che può suscitare in montagna, in un pomeriggio d’inverno! Ci sono, dunque, condizioni ambientali fortemente incentivanti.

È interessante notare quanto pesi sulle nostre scelte alimentari l’aspetto di un prodotto (chi si occupa di pubblicità la sa lunga!) che ha spesso poca o nessuna relazione con il suo valore nutrizionale. Esso può creare aspettative di stimolazioni sensoriali gradevoli che spingono alla scelta. Negli anni ’80 del secolo scorso fu condotto un esperimento sulla relazione fra la dolcezza percepita e il colore di una bibita a base di succo di limone e lime, condotto su individui di 20-25 anni, cui venivano somministrate bibite con 5 intensità diverse di colore e 5 livelli diversi di dolcezza. I risultati dell’esperimento evidenziarono che le persone giudicavano progressivamente più dolci, e quindi più gradevoli, le bibite con il colore progressivamente più intenso. Il sapore dolce, peraltro, preferito sin dai primissimi istanti di vita, è motivo di comportamenti atavici ed ha un valore altamente evolutivo, poiché i cibi dolci rappresentano in genere una fonte immediata di energia.
È stato provato, inoltre, che esiste una connessione tra piacere sensoriale e desiderio di carboidrati e, in particolare, fra carboidrati e umore. Chi sente il bisogno urgente di mangiare zuccheri (semplici o complessi) riferisce in genere di provare sensazioni negative quando si priva di carboidrati: malumore, ansia, spossatezza. Il miglioramento dell’umore successivo alla “ricompensa” fa sì che quel tipo di scelta venga ripetuta. Questo comportamento, però, può indurre a un eccessivo introito di cibi energetici e quindi a un conseguente aumento ponderale. È necessario, quindi, imparare a scegliere i carboidrati, ad evitare il più possibile quelli ad alto indice glicemico e ad associarli ad altri fonti nutritive che ne completino il profilo nutrizionale.

Anche la convivialità, ovvero l’abitudine di stare a tavola insieme ai nostri cari e ai nostri amici, rappresenta un incentivo positivo al consumo di cibo, poiché associamo le sensazioni gradevoli degli alimenti (in genere, i più graditi o  che ci incuriosiscono di più) a quelle della compagnia e della condivisione. È noto a tutti quanto possa essere difficile percepire la sazietà e smettere di mangiare quando si è in compagnia al ristorante!

La voglia di mangiare e, in particolare, quella di “gustare” fa parte di noi. Si sviluppa e si manifesta in vari modi e cela relazioni profonde e imprescindibili fra la nostra fisiologia e tutto quello che, ci piaccia o no, fa parte della nostra storia e della nostra quotidianità.

Chissà che saperlo non ci renda più competenti nelle scelte e più immuni ai sensi di colpa!

 

(pubblicato anche su La MezzaLuna)

Per tutti i gusti

cropped-68-20.jpgQuando mangiamo, in genere, non ci chiediamo quali sono i meccanismi che ci portano a scegliere un alimento o a scartarlo. Eppure, dietro un atto così frequente si cela una serie di stimoli sensoriali e di risposte neurologiche molto complessi, che caratterizzano ognuno di noi e il nostro comportamento alimentare.

Il gusto per un dato alimento è un fattore individuale, legato, oltre che al profilo genetico, ad una serie di stimoli sensoriali piacevoli (ricordi, impressioni, sensazioni, sentimenti ed emozioni) con i quali il cervello si confronta prima di scegliere un cibo. In modo speculare, il disgusto per un dato alimento deriva da esperienze e sensazioni negative legate al suo consumo che costituiscono una memoria sensoriale indissolubile. I comportamenti che ne derivano hanno avuto grande importanza nelle varie tappe delle nostra evoluzione, rappresentando, spesso, una delle poche possibilità di sopravvivere ad alimenti potenzialmente tossici.

Gustare o meno un cibo dipende, dunque, dalle sensazioni attuali e pregresse. Oggi sappiamo anche che le sensazioni più gradevoli derivano da particolari miscele di zuccheri, grassi e sale che compongono certi alimenti. Le reazioni a tali miscele, tutt’ora oggetto di studio, sono all’attenzione dell’industria alimentare ogni volta che un nuovo prodotto deve essere immesso sul mercato. Moltissimi cibi industriali, infatti, sono costruiti “a tavolino”, senza che alcun dettaglio venga lasciato al caso. Di recente, un interessante articolo pubblicato sul settimanale tedesco Der Spiegel spiega, citando l’ultimo di libro del premio Pulitzer Michael Moss, come le industrie che sfornano prodotti alimentari di largo consumo studino e progettino il “cibo perfetto” al fine di fidelizzare il consumatore, piuttosto che nutrirlo.

Quali conseguenze provocano alla nostra salute cibi del genere?

La risposta è insita nel meccanismo che regola il ciclo fame-sazietà. In generale, quando le scorte energetiche sono insufficienti avvertiamo il senso della fame; mentre, quando il cibo ci ha fornito sufficiente energia ci sentiamo sazi e smettiamo di mangiare. Così descritto, il meccanismo sembra essere di una ovvietà sconcertante. In realtà, nella regolazione del ciclo fame-sazietà intervengono molti e complessi sistemi inconsci, selezionati in migliaia di anni dai processi evolutivi. Una raffinata serie di segnali metabolici, endocrini e neurologici regola il fabbisogno energetico del nostro organismo, registrando ed integrando al contempo gli stimoli provenienti dall’ambiente.

Tuttavia, oggi, l’accesso ad ogni genere di alimento, lo stress, gli stili di vita frenetici e poco sani, mettono a durissima prova il nostro istinto, l’equilibrio energetico e la chimica che li regola. Accade, così, di rifugiarsi nel cosiddetto confort food, cioè in alimenti estremamente calorici che, facendo presa sulle nostre sensazioni, le nostre nevrosi e i nostri bisogni inconsci, forniscono una soddisfazione immediata del palato, creando dipendenza e le basi per l’accumulo di peso e tutto ciò che ad esso consegue.

Ecco che il gusto e il disgusto, così come anche la fame e la sazietà, vengono destabilizzati, condizionati e spesso destrutturati dalla presenza sul mercato di prodotti estremamente appetibili, poco nutrienti e a buon mercato che agiscono come droghe sul nostro cervello, rendendoci sordi ai reali bisogni dell’organismo.

Saperlo, forse, è già cominciare a cambiare!

Pubblicato su 5Avi

Cibo, sensi e pubblicità

Il rapporto fra sensi e cibo è senza dubbio un argomento interessante, soprattutto oggi, in un’epoca in cui c’è una grande attenzione alla scelta alimentare. Diversi studi suggeriscono quanto i fattori sensoriali siano ancora cruciali nel determinare la scelta di un cibo, ma la relazione è più complessa ed articolata, a causa di molte altre influenze, quali gli effetti fisiologici o avversi degli alimenti e i fattori psicosociali e culturali.

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