Archivio della categoria: educazione alimentare

Un piccolo manuale per i progetti a scuola

Educazione Alimentare a Scuola è il nuovo manuale pratico e illustrato che guida il nutrizionista e l’educatore a strutturare ed effettuare i progetti di Educazione Alimentare a scuola.

Disponibile in formato digitale e cartaceo.
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Uno mangia troppo e l’altro poco… che fare?

 

 

Non è affatto inusuale, per chi si occupa di nutrizione pediatrica, incontrare famiglie in cui uno dei figli mangia molto e l’altro invece è inappetente. Un dilemma che dal punto di vista pratico e organizzativo mette la famiglia in grande difficoltà, perché è chiamata a gestire due situazioni non solo molto diverse fra loro, ma assolutamente opposte.
Come fare, infatti, a contenere l’appetito sfrenato di un figlio, se il fratellino mostra indifferenza pressoché assoluta nei confronti di molti, se non di tutti, gli alimenti?
Può essere valida la regola del divieto per uno e della facilitazione, sempre e in ogni caso, per l’altro? In poche parole, si può limitare a uno l’accesso a una dispensa piena di ogni leccornia e succulento manicaretto preparati per stuzzicare l’interesse e l’appetito dell’altro?

Il piccolo “ingurgitatore”…

Il problema è complesso e merita una riflessione attenta. I bambini cosiddetti “ingurgitatori” mostrano spesso una sorta di compulsività che li porta, soprattutto durante le ore pomeridiane che trascorrono a casa, alla continua ricerca di cibo consolatorio, cioè ricco di grassi e zuccheri, che hanno l’effetto di gratificare il palato nell’immediato, spesso senza nutrire a sufficienza.
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Rifiuto del cibo e patologie metaboliche: un caso in corso.

molecola-del-fruttosio-40168389Recentemente è arrivata alla mia osservazione Rebecca (nome di fantasia): una bambina con intolleranza al fruttosio o fruttosemia. Si tratta di una patologia genetica, autosomica recessiva, caratterizzata dall’assenza dell’enzima fruttosio-1- fosfato aldolasi deputato alla metabolizzazione del fruttosio. Questo zucchero quindi tende ad accumularsi nel sangue e a provocare danni epatici, renali e metabolici. La malattia può manifestarsi già nella primissima infanzia con vomito, rifiuto del cibo e ipoglicemia. In assenza di una diagnosi precoce e della dieta deprivata di fruttosio, la situazione può essere così grave da arrecare danno epatico e renale e rendere necessario il ricovero in ospedale.
Rebecca ha poco più di due anni e di ricoveri ne ha già subiti diversi. Finalmente adesso la sua patologia è stata individuata e diagnosticata con precisione, pertanto la bambina sta seguendo una dieta completamente priva di fruttosio, saccarosio e sorbitolo. La difficoltà di strutturare e seguire un piano alimentare siffatto è rappresentata soprattutto dalla presenza di fruttosio nascosto in molti alimenti industriali. Pertanto è consigliabile utilizzare cibi che naturalmente non lo contengono. Inoltre, è importante lavorare sulla salute del suo intestino e sulla regolarità dei suoi assorbimenti, attraverso l’utilizzo di probiotici esenti da fruttosio (la cui ricerca è risultata davvero ardua!). Un altro aspetto fondamentale è l’integrazione vitaminica, attraverso prodotti di integrazione adeguati.
La gestione di una dieta deprivata di fruttosio in una bambina così piccola è molto complessa e faticosa, anche perché, a causa dei continui sintomi e dei conseguenti ricoveri, Rebecca ha sviluppato una reazione repulsiva verso il cibo e il momento del pasto in generale. Tale repulsione, inoltre, si sovrappone alla neofobia fisiologica che ogni bambino sperimenta fra il primo e terzo anno di vita. Le reazioni più comuni  di Rebecca attualmente sono il pianto, la stizza, la fuga e l’allontanamento dalla tavola apparecchiata, la tendenza a piluccare e l’estrema selettività. La crescita della bambina, al momento, è regolare e questo ci concede il tempo di instaurare con calma un buon rapporto empatico e strutturare un percorso adeguato.
Rebecca attualmente rifiuta anche alimenti proteici naturalmente privi di fruttosio quali la carne, l’uovo e il formaggio e il pesce che, in questa fase della crescita e in presenza di un regime alimentare così ristretto, assumono un’importanza fondamentale. Il lavoro con Rebecca è appena iniziato e fondamentalmente riguarda la sensorialità e le reazioni di diffidenza: stiamo imparando a conoscere il cibo e ad accettare la convivialità attraverso colori, reazioni tattili e l’uso di video appropriati. Il secondo step riguarderà la sperimentazione dei cibi da introdurre fra i suoi consumi in forma adeguata: in questo passaggio sarà fondamentale la collaborazione dei genitori nella preparazione dei pasti e nella condivisione familiare, serena e paziente.

 

 

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Il supporto nutrizionale nelle malattie autoimmini

Un caso di obesità e Artrite Psoriasica.

Fig.1 IMC

Fig.2 Peso

Come già accennato in un articolo precedente, l’alimentazione svolge un ruolo fondamentale nel trattamento delle patologie autoimmuni. Queste patologie sono caratterizzate dall’aggressione dell’organismo da parte del proprio sistema immunitario. Esso, quindi, invece di tollerare i tessuti e gli organi del corpo, li attacca come se fossero estranei e tende a limitarne la funzionalità, fino a renderli completamente inattivi. Si tratta di patologie croniche, su base infiammatoria, più e meno gravi, spesso con andamento altalenante e recidivante. Ne ricordiamo alcune: artrite reumatoide, morbo di Chron, colite ulcerosa, sclerosi multipla, diabete tipo 1, sclerodermia.
L’Artrite Psoriasica (AP) è una malattia reumatica infiammatoria cronica associata a psoriasi. In oltre il 75% dei casi l’insorgenza della psoriasi precede quella dell’artrite. In un paziente con psoriasi il rischio di sviluppare AP è maggiore se ha familiarità per questa malattia, se la psoriasi è estesa e localizzata anche alle unghie o se è presente un particolare antigene (B27 o B7) nel suo sistema HLA (Human Leukocyte Antigens, cioè sistema dell’antigene leucocitario umano, ovvero sistema maggiore di istocompatibilità).
Qual è il ruolo dell’alimentazione nel trattamento di questa malattia? La dieta mediterranea con la sua ricchezza in cereali integrali, ortaggi e frutta stagionali, legumi e la sua povertà in carni fresche e conservate, e l’attività fisica, moderata ma quotidiana, hanno sicuramente un’influenza molto positiva sullo stato infiammatorio dei pazienti affetti da AP. La cospicua presenza di sostanze nutraceutiche ad alto potere antiossidante e antinfiammatorio è in grado di ridurre il dolore, la rigidità articolare e l’attività della malattia. E’ stato visto che la dieta vegetariana, priva o basso tenore di glutine, ha anch’essa un effetto positivo su questa categoria di pazienti. E che un’integrazione accurata e personalizzata ne amplifica ancora di più i benefici. Un fattore molto importante è il controllo del peso corporeo: la perdita dei chili in eccesso garantisce un netto miglioramento della sintomatologia dolorosa e permette una maggiore mobilità ed elasticità. Molto importante evitare il “fai da te” ed affidarsi a chi è in grado di personalizzare il piano alimentare e di fornire strumenti corretti per una autogestione a lungo termine. E’ bene ricordare, infatti, che ogni individuo, che sia ammalato o in perfetta salute, è un organismo a sé, con caratteristiche e peculiarità del tutto originali e personali che la complessità che lo contraddistingue merita attenzione, competenza e rispetto (vedi Si fa presto a dire dieta!).
Il caso.
Con piacere condivido con chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui i risultati ottenuti in una mia paziente di  42  anni, ammalata di AP (giunta alla mia attenzione dopo diagnosi dello specialista) che, oltre a intraprendere una regolare e moderata attività fisica (camminate all’aperto per circa 40-60 minuti al giorno), ha adottato una dieta pesco-vegetariana priva di glutine e caseina. Inoltre, è stata integrata con vitamina D (come da prescrizione medica) e con prebiotici e probiotici adeguati al mantenimento della salute del microbiota intestinale. Da un Indice di Massa Corporea (IMC) iniziale di 35,3 (obesità di classe 2) a giugno di quest’anno, la signora è giunta ad ottobre al valore di 30,1 (Fig.1), perdendo, fino a questo momento, 13,7 Kg (Fig.2). La perdita continua ma molto graduale di peso le ha permesso di migliorare e allungare le sue camminate quotidiane con un beneficio sia per il corpo che per l’umore. I sintomi, sia articolari che dermatologici, si sono attenuati molto, migliorando la qualità del sonno e della vita in generale. La strada da fare è ancora parecchia, ma il netto miglioramento della sintomatologia infonde coraggio e fiducia nel percorso che, comprendendo adeguamenti continui del piano alimentare a seconda delle esigenze e delle preferenze della signora, viene ben tollerato ed accolto.

(Immagini dell’autrice)

Per approfondire
1) http://www.reumatologia.it/linee-guida-sir.asp
2)http://www.regione.toscana.it/documents/10180/320308/Reumatologia.+Linee+guida/4903da2e-345a-4479-ab93-5c2a0e31385e?
3) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27994480

 

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