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Alimentazione e procreazione

procreazione-assistitaIl ruolo della nutrizione rispetto alla buona riuscita di un progetto di procreazione è ormai ampiamente consolidato. Sappiamo infatti che il sovrappeso e l’obesità, ma anche il sottopeso, possono mettere a rischio sia il concepimento,  che la gravidanza e la salute del nascituro. In assenza di cause patologiche che ostacolino il concepimento, spesso sono gli stili di vita, in particolare stress e alimentazione, a determinarne il buon esito o il fallimento.
Uno dei fattori materni più importati è senza dubbio il peso: il sovrappeso e l’obesità nella donna possono essere la causa di irregolarità mestruali, mentre il grave sottopeso quella di cicli anaovulatori e, nel caso in cui si instauri lo stesso una gravidanza, di anomalie nella crescita nel feto. Per quanto riguarda l’uomo, l’obesità può inficiare la fisiologia degli spermatozoi, limitandone la capacità di fecondare. Il raggiungimento e il mantenimento di un peso adeguato, dunque, è il primo passo necessario per chi vuole concepire.
Oltre al peso, però, nella donna che sceglie di procreare, è necessario porre attenzione alla qualità della sua alimentazione sempre e comunque. Sappiamo infatti da molto tempo che alcuni micronutrienti, quali l’acido folico, gli omega 3, il ferro, lo zinco e le vitamine del gruppo B sono fondamentali per garantire uno stato nutrizionale favorevole al concepimento, al normale sviluppo del feto e all’instaurarsi dell’allattamento. I fabbisogni sia dei macro che dei micronutrienti devono essere coperti attraverso un piano alimentare personalizzato e bilanciato, affinché l’organismo femminile sia in uno stato di salute ottimale, pronto ad accogliere un eventuale impianto. In generale, valgono le raccomandazioni espresse nelle linee guida per una sana e corretta alimentazione, con particolare riguardo ai nutrienti accennati in piramide_500pxprecedenza. Sarà quindi importante consigliare un adeguato consumo di frutta e verdura di stagione, cereali integrali soprattutto in chicco, l’uso di olio extra vergine d’oliva, la riduzione di proteine animali e un maggiore utilizzo di legumi.
La personalizzazione del piano alimentare, tuttavia, è necessaria per assicurare a quella donna, in quella precisa fase della sua vita, la copertura dei fabbisogni e l’azione preventiva, per lei e per il suo bambino, che una buona alimentazione garantisce.
Anche in presenza di patologie, sia ginecologiche ( per esempio, ovaio policistico, endometriosi, ecc.) che di altra natura (autoimmuni, infiammatorie, metaboliche), un’alimentazione specifica e attentamente studiata diventa un importante strumento, facilitando la remissione di eventuali fasi acute e rendendo lo stato di salute della donna compatibile con una gravidanza. Inoltre, in presenza di diabete gestazionale, patologia metabolica che colpisce circa  il 10-20 % delle gravide di età superiore ai 35 anni, un’alimentazione attentamente pianificata che copra i fabbisogni contenendo la tendenza all’iperglicemia e all’eccessivo aumento di peso può evitare la terapia insulinica e garantire una gravidanza normale.
Per tutta la durata della gestazione, e in seguito durante l’allattamento, alimentarsi in modo adeguato rappresenta una buona prassi, poiché una mamma che si alimenta bene durante la gravidanza e mentre allatta favorisce un buon programming metabolico per il suo bambino  garantendogli la prima, importante e duratura prevenzione nei confronti delle malattie metaboliche.

 

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Riflessioni sulla biodiversità

ElenaRicci018Le interazioni che gli individui biologicamente diversi esercitano reciprocamente nell’ambito dello stesso ambiente sono fondamentali per la loro sopravvivenza e per gli equilibri del loro stesso habitat. Per questo, la salvaguardia di specie diverse, sia in ambiente terrestre che acquatico, rappresenta una garanzia di salute dell’intero ecosistema da cui tutti noi esseri viventi dipendiamo e alle cui dinamiche contribuiamo.
A chi si occupa di alimentazione, il termine biodiversità fa pensare spontaneamente all’immensa varietà di alimenti, soprattutto ortaggi, legumi, cereali e frutti di cui fortunatamente godiamo nel nostro paese. Ma, una riflessione più profonda, alla luce delle recenti scoperte sull’ecosistema che popola il nostro intestino supportando e coadiuvandone molte delle sue funzione fisiologiche, conduce a molti risvolti interessanti. Intrecciando l’indicazione, nota a tutti, riguardo la necessità di una dieta più che mai variata e la consapevolezza che tale varietà si rifletta in un maggiore equilibro del microbiota intestinale, si configurano due sistemi biodiversi strettamente connessi, seppure così fisicamente lontani: uno nei campi che producono cibo, l’altro all’interno del nostro intestino. Le nuove tecnologie di cui la ricerca scientifica si avvale hanno prodotto dati molto interessanti relativi ai ceppi batterici qualitativamente e quantitativamente diversi che popolano il nostro intestino: sappiamo, ad esempio, che dalla loro salute e dal loro equilibrio dipendono le nostre risposte immunitarie, gli assorbimenti alimentari, l’equilibrio fame-sazietà e persino l’umore. È nota l’influenza che il microbiota intestinale ha sulla regolazione del peso corporeo, sull’insorgenza e sull’andamento di alcune patologie metaboliche, autoimmuni e tumorali. D’altra parte, la ricchezza e la varietà in nutrienti e non nutrienti (fibra) di un frutto e di un ortaggio garantiscono gli equilibri e il corretto funzionamento di questo importante organismo nell’organismo.
cropped-prevenzione.jpgNegli ultimi dieci anni, l’attenzione della comunità scientifica si è rivolta a un altro tipo di biodiversità, al fine di comprenderla e preservarla: quella del suolo, ricco di forme di vita (da microrganismi a piccoli mammiferi) numerose e diversificate, che contribuiscono a mantenere fertili e in salute i terreni, immagazzinare e filtrare l’acqua, arricchire e mantenere le catene alimentari, contenere i cambiamenti climatici, produrre antibiotici naturali.  Produzioni agricole “pulite” e sostenibili garantiscono questa biodiversità sommersa, producendo cibo sano e nutriente, la cui biodiversità alimenta e sostiene quella interna del nostro organismo, in modo particolare del nostro intestino.
Il pensiero del suolo e dell’intestino, dei numerosissimi, minuscoli eroi invisibili che vivono sotto i nostri piedi e in una parte dell’organismo considerata poco nobile, induce un’ulteriore riflessione: ciò che non vediamo spesso è fondamentale alla nostra sopravvivenza e alla nostra salute. Per questo è importante averne consapevolezza e prendersene cura.

Scritto per Dimensione Agricoltura di giugno 2017

Grasso: insostenibile leggerezza e insospettabile complessità

bilanciaCapita spesso, durante i percorsi di dimagrimento, di affrontare e dover gestire fasi più o meno lunghe di rallentamento nella perdita di peso. All’inizio, mosso da una grande motivazione e pronto a lasciarsi guidare, l’individuo obeso o in sovrappeso comincia a perdere i primi chili con grande soddisfazione. Prima o poi, però, questa tendenza così rassicurante si attenua o subisce addirittura una battuta d’arresto. I motivi possono essere tanti e diversi: una minore adesione al percorso e la necessità di una nuova spinta motivazionale, l’inadeguatezza del piano alimentare, la mancanza di movimento, l’insorgenza di nuove resistenze metaboliche, ecc. Il fattore peso, inteso come numero espresso dalla bilancia, ha un grande potere sulla persona che cerca di dimagrire: può alimentare il suo buonumore e il suo benessere generale o gettarla nello scoramento più assoluto e riattivare quel circolo vizioso stress/iperalimentazione/senso di colpa/ ricerca di cibo tipicamente alla base di ogni fallimento pregresso. Ma è davvero così importante il peso espresso dalla bilancia ad ogni controllo? Siamo sicuri che ogni volta che esso rimane invariato, siamo davanti a uno stallo metabolico?
Le considerazioni da fare in merito sarebbero numerose e complesse, ma limitiamoci all’aspetto pratico di un reperto come quello accennato. Attraverso la valutazione della

stratigrafia addominale, donna obesa di 47 anni, in menopausa, in riabilitazione nutrizionale

1. Stratigrafia addominale, donna obesa di 47 anni, in menopausa, in riabilitazione nutrizionale. Notare la differenza nello spessore e nella densità degli strati di adipe sottostanti la cute (in alto, strato sottile blu discontinuo): le zone bianche evidenziano uno “svuotamento” del tessuto adiposo.

2. Grafico andamento peso

composizione corporea è spesso possibile evidenziare come, nonostante non vi sia stata una perdita di peso misurabile, il rapporto fra massa magra (muscolo, scheletro, acqua) e massa grassa si sia modificato. Succede di frequente, ad esempio,quando, seguendo un buon piano alimentare e incrementando, anche di poco, l’attività fisica, l’individuo aumenti la sua densità muscolare, in concomitanza o meno di riduzione di adipe. Questo può non solo produrre una stasi nel peso, ma addirittura un aumento ponderale. Ricordiamoci, oltretutto, che il grasso pesa meno del muscolo e delle ossa!
L’immagine 1 mostra la stratigrafia di una donna obesa di 47 anni, in menopausa, il cui percorso di dimagrimento, iniziato ad ottobre e tuttora in corso (finora -12, 7 Kg in 7 mesi circa), è stato graduale e progressivo, ma non senza momenti di stasi o rallentamento della perdita di peso (fig.2). Il suo grasso sottocutaneo addominale, però, ha sempre mostrato modificazioni ad ogni controllo, sottolineando, anche a peso più o meno fermo, un adattamento e un rimodellamento metabolico dovuti ai cambiamenti dell’alimentazione e all’incremento di attività fisica.
Un’altra considerazione, più tecnica ma non meno importante, mette in luce la complessità organica e metabolica del tessuto adiposo, dalla quale nessun programma di dimagrimento potrà mai prescindere. A rischio di annoiarvi un po’, mi pare importante descrivere brevemente le funzioni del grasso e le loro implicazioni.
Il tessuto adiposo comprende due tipologie di grasso: grasso bianco e grasso bruno. Il tessuto adiposo bianco (quello di cui ci preoccupiamo quando siamo in sovrappeso) è una riserva di trigliceridi e un vero e proprio organo endocrino; quello bruno è deputato alla termogenesi e alla regolazione della temperatura corporea. Il primo è, da sempre, all’attenzione della ricerca e della medicina, in quanto sede degli accumuli grassi in eccesso e del fenomeno infiammatorio responsabile dell’obesità.
La fisiologia del tessuto adiposo bianco si è rivelata interessante e complessa, tanto da rendere l’adipe degno dell’appellativo di “organo endocrino”. La sua storia “endocrinologica”  fa capo soprattutto alla scoperta della leptina, avvenuta nel 1994. Si tratta di una sostanza che, agendo attraverso il sistema nervoso simpatico, inibisce la spesa energetica. I livelli circolanti di leptina, importante anche nei fenomeni riproduttivi e nella plasticità neuronale, sono strettamente collegati alla massa grassa e la sua secrezione è aumentata nell’obesità.
Fra le tante molecole prodotte dal tessuto adiposo,  l’adiponectina ha la funzione di amplificare la sensibilità all’insulina. La sua secrezione è ridotta nell’obesità. Questi due ormoni, dunque, svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del metabolismo energetico e nel mantenimento del peso corporeo. Riguardo al contenuto di grassi accumulati nelle cellule adipose (adipociti), dagli studi è emerso che un eccesso lipidico può attivare una serie di segnali chimici tipici dell’infiammazione. La produzione di sostanze infiammatorie e la necrosi delle cellule adipose sono infatti circa tre volte superiori nei soggetti obesi, rispetto ai normopeso. Ma non basta: gli adipociti producono sostanze che agiscono localmente, inibendo l’infiammazione, mantenendo la forma delle cellule stesse, regolandone lo sviluppo e le comunicazioni con altri organi. Al momento, dunque, quello che sappiamo sul grasso è che, oltre ad essere, quando in eccesso, un fattore di rischio per importanti malattie, esso è anche un organo “regolatore”; una sorta di centralina chimica che ci mette in relazione con il mondo esterno, in particolare con il cibo, attraverso la regolazione di sensazioni quali l’appetito, la spinta alla ricerca di alimenti e la sazietà; un vero e proprio organo di “interfaccia” che reagisce a stimoli negativi producendo una batteria di sostanze chimiche che lo invadono e che segnalano una disfunzione agli altri organi (immunitario, endocrino, gastro-enterico).

Chi mai avrebbe immaginato, fino a pochi anni fa, guardandosi allo specchio e magari lamentandosi un po’ per quegli antiestetici cuscinetti adiposi, che fossero la sede di un tale complesso fermento!
A conti fatti, dunque, si potrebbe concludere che il peso di un individuo è solo la punta di un iceberg ben più profondo, complesso e articolato e che, tutto sommato, le sue eventuali periodiche battute d’arresto non sono sempre da leggere come dei fallimenti, ma spesso come fasi di assestamento metabolico e modificazione della composizione corporea. In altri casi, invece, quando da una valutazione approfondita emerga una situazione di totale stallo, è il momento di rifare il punto e capire cosa non sta funzionando, senza scoraggiarsi, né rinunciare al raggiungimento dell’obiettivo, ma trovando insieme a chi vi sta seguendo e guidando la strada più giusta per continuare. Del resto, si sa, ogni cammino è fatto di tanti passi e può prevedere qualche inciampo. L’importante però è continuare a rispettare la scelta di stare meglio, senza fretta, ma con la pazienza e l’attenzione dovute ad ogni grande cambiamento.

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La prima immagine è tratta dalle rete. Le altre due appartengono al mio archivio.

 

 

Esperti o creduloni?

wikiL’era digitale è senza dubbio un tempo ricco di possibilità e occasioni. Nell’esiguo spazio di un clic riusciamo a raggiungere posti lontanissimi e ad accedere a informazioni di ogni tipo. La rete pullula di siti che permettono di farsi un’idea di ogni cosa in pochissimo tempo. Alimentazione e salute sono forse gli argomenti che più di tutti catturano l’attenzione e innescano ansie e preoccupazioni creando una sorta di corsa collettiva all’informazione. In questo mare magnum è facile però imbattersi in notizie sommarie, gonfiate, o addirittura false e fuorvianti, che non sempre si ha la competenza e il tempo di verificare. Ne consegue spesso un’informazione superficiale, a volte illusoria, che, proprio per la velocità con cui si acquisisce e si diffonde, rischia di confondere e condizionare intere categorie di persone che non hanno gli strumenti per leggere in modo critico e, dunque, filtrare con la giusta dose di buon senso e competenza.
Chi fa il mio lavoro s’imbatte ogni giorno in persone che hanno
autonomamente escluso dalla loro dieta uno o più alimenti, convinte di avere questa o quell’altra intolleranza, questa o quell’altra patologia; individui condizionati da letturgooe allarmistiche sugli effetti di intere categorie di alimenti o sul valore salvifico di quella bacca o di quel seme. La conseguenza comune è una sfiducia serpeggiante, sommaria e pericolosa nei confronti della scienza e di chi ha investito una vita intera a studiare e formarsi in questo campo, acquisendo strumenti fondamentali per valutazioni critiche e corrette. La verità è che l’essere umano è complesso, così come il suo metabolismo: sarebbe davvero bellissimo se per stare bene, non ammalarsi e vivere più a lungo possibile fosse sufficiente eliminare un alimento o inserirne un altro. Purtroppo non è così semplice e, il più delle volte, scelte alimentari drastiche e ingiustificate non fanno che aggiungere nuovi problemi a quello iniziale. Per cui, seppure nel massimo rispetto di ogni scelta personale, in tema di cibo e salute è consigliabile verificare sempre, attraverso fonti adeguate e accreditate, ogni tipo di informazione reperita in rete, e accettare di buon grado che il nostro corpo non è uguale ad altri mille; non è una provetta in cui ad ogni azione corrisponde una reazione standard e prevedibile a priori, ma, al contrario, un sistema di una preziosa complessità che merita l’attenzione e il rispetto dovuti alle meraviglie.

 

Scritto per Dimensione Agricoltura di aprile 2017.

Immagini tratte dalla rete.

Il supporto nutrizionale nelle patologie intestinali croniche

intestino_1_60451Mi capita spesso di supportare pazienti con patologie intestinali croniche ai quali viene spesso dichiarata, in sede di diagnosi e di controllo periodico, l’irrisoria
influenza, se non addirittura l’inutilità, di un particolare piano alimentare e di particolari accorgimenti riguardo alla scelta dei cibi. Detto e sottolineato che si tratta di malattie che hanno bisogno di trattamenti farmacologici adeguati, la cosa mi sorprende ogni volta, poiché credo che, visti gli studi numerosi e accreditati sulle relazioni alimenti-microbiota e microbiota-sistema immunitario, considerare il cibo privo di conseguenze, o di valore preventivo, su un quadro infiammatorio con sede intestinale sia quantomeno limitativo. L’attenzione alla dieta è invece necessaria, nonsolo per i motivi appena accennati, ma anche per sopperire ad eventuali carenze nutrizionali cui questi pazienti possono andare incontro a causa di malassorbimento o di evitamento di cibi e pietanze percepiti come dannosi.
Ma facciamo un passo indietro e capiamo cosa e quali sono le malattie croniche dell’intestino,  (“IBD“, inflammatory bowel disease). Esse comprendono la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa. In Italia circa 200.000 persone siano oggi affette da queste patologie, con un numero di nuove diagnosi negli ultimi 10 anni, incrementato di 20 volte. L’esordio, in genere, avviene in un’ampia fascia d’età, fra i 15 e i 45 anni, con la stessa frequenza in entrambi i sessi. Non si tratta di patologie ereditarie, ma è stata riscontrata una tendenza alla predisposizione familiare. L’andamento di entrambe le IBD è cronico (cioè non vi è una risoluzione definitiva) e ricorrente, con periodi alternati di fasi a cute e fasi di remissione.  In entrambe le patologie, il sintomo ricorrente è la diearrea che, nel morbo di Crohn è accompagnata da importante dolore addominale, mentre nella rettocolite ulcerosa da perdite rettali di sangue e muco, oltre che dalla sensazione di insufficiente svuotamento alle evacuazioni. Entrambe sono dette “idiopatiche”, ovvero a causa sconosciuta. La reazione infiammatoria cronica cheSchermata 2017-02-22 alle 12.12.08
si instaura è causata probabilmente da una reazione abnorme del sistema immunitario verso componenti del tessuto intestinali o ceppi batterici in esso presenti. Alla luce di studi importanti sul microbiota intestinale e sulle sue ampie implicazioni sulle risposte immunitarie dell’individuo, è
 ragionevole ipotizzare che intestino1alcuni fattori associati allo sviluppo di IBD possano essere rappresentati da sollecitazioni eccessive o effetti negativi sul microbiota. I fattori ambientali che possono alterarne la composizione comprendono la dieta, l’uso di antibiotici e l’area geografica. La nota “ipotesi dell’igiene” suggerisce che gli esseri umani che vivono nei paesi più industrializzati sono esposti sin dalla primissima infanzia a un minor numero di microbi che porta allo sviluppo di un sistema immunitario meno in grado di “tollerare” l’esposizione all’ambiente microbico in età avanzata. Questo può attivare in modo inappropriato le risposte immunitarie. In linea con questo concetto, è importante valutare, da caso a caso, il ruolo dell’alimentazione e, nei casi in cui se ne prospetti la necessità, dell’integrazione mirata di componenti pro-microbiota, batteriche e non (probiotici e prebiotici). E’ stato visto altresì che una dieta troppo ricca di grassi e proteine animali e ​​povera di fibre può alterare il microbiota intestinale e aumentare il rischio per lo sviluppo di IBD. Sebbene, anche l’eccesso di fibra e di altre sostanze come polioli, polialcol e e di oligosaccaridi può rappresentare un fattore irritante e scatenante. In ogni caso, la situazione di scompenso nota come disbiosi intestinale è attualmente considerata un possibile fattore eziologico nella patogenesi di queste malattie. I progressi tecnologici che oggi consentono una caratterizzazione più completa delle comunità microbiche intestinali, insieme a recenti studi che mostrano quanto sia importante l’impatto della dieta sulla microbiota, forniscono un forte razionale per ulteriori indagini approfondite sul legame fra cibo, microbiota e sviluppo di IBD . Pertanto, mirare a regolarizzare i pasti, moderare il consumo di alimenti di origine animale, fornire all’intestino sostanze antinfiammatorie naturali, attraverso la scelta di alimenti adeguati e/o di prodotti di integrazione (attentamente valutati da un esperto) sarebbe auspicabile in ogni caso, poiché la salute e l’equilibrio del microbiota intestinale garantiscono migliori risposte immunitarie e assorbimenti più adeguati.
Nella mia pratica, più di una volta ho piacevolmente constatato quanto un piano alimentare ben studiato e plasmato sulle esigenze e i gusti del paziente, dinamico e passibile di aggiustamenti in initere, possa migliorarne la qualità della vita di questi pazienti.

 

 

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Il sale della vita

L’organismo di un uomo adulto contiene oltre due etti di sale, che ogni giorno in parte perde attraverso sudore e urina. Il bisogno di integrarlo è sempre stato prioritario, soprattutto in epoche antiche, in cui le temperature terrestri erano molto elevate e il cacciatore-raccoglitore era costretto a lunghi spostamenti per la ricerca di cibo e riparo.
Da moneta di scambio a conservante, il sale (cloruro di sodio, NaCl) ha rappresentato in passato un bene prezioso e pertanto molto ricercato. Documenti risalenti all’Ottocento a. C. testimoniano il primo metodo di raccolta messo a punto in Cina e ripreso successivamente da altre civiltà. In Asia, in Europa e nelle Americhe il trasporto del sale avveniva attraverso mezzi d’imbarcazione lungo mari e fiumi, mentre nel Sahara, ancora oggi, avviene per via terrestre. Sia le civiltà orientali che quelle occidentali hanno trovato nel commercio del sale uno stimolo allo sviluppo: basti pensare alle innumerevoli attività commerciali che ha caratterizzato non solo per la sua produzione ma anche per il suo utilizzo quale conservante. Attorno a questo composto sono avvenute invasioni, guerre e lotte sociali (nel 1930 fu proprio il rifiuto della tassa sul sale a innescare, con Gandhi, la lotta per l’indipendenza dell’India).
Dall’Ottocento in poi, nuove tecnologie di conservazione (pastorizzazione, surgelamento, uso di conservanti di sintesi) hanno reso il sale meno necessario. Tuttavia, il gusto che esso conferisce agli alimenti lo rende ancora oggi una materia prima importante: fra le nostre percezioni il salato è da sempre un gusto molto attraente. Oltre ad essere essenziale per la sopravvivenza, migliora gli odori e le altre percezioni gustative. È noto, infatti, l’impegno dell’industria alimentare nella ricerca della miscela perfetta fra sale e zucchero al fine di rendere i suoi prodotti estremamente palatabili e, quindi, fidelizzanti.
Il sale è presente in natura in quasi tutti gli alimenti. Ma la quantità maggiore che oggi ingeriamo deriva dai prodotti trasformati e da quello aggiunto in cucina. Oggi, ne consumiamo una quantità eccessiva che espone a patologie cardiovascolari e tumorali importanti. L’allarme lanciato anni fa da SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana) riguarda soprattutto l’eccesso di sale nella dieta dei bambini, che inizia spesso dallo svezzamento. Questa pratica è particolarmente dannosa, non solo perché dà adito precocemente ad alterazioni a carico della parete dei vasi sanguigni, ma anche perché l’abitudine a consumare cibi troppo sapidi sin dall’infanzia renderà più difficile contenere il consumo di sale da adulti. Per ridurne il consumo, in realtà, bastano poche regole: ricorrere solo ogni tanto ai prodotti lavorati (ad es., carni e pesce conservati), sostituirlo con spezie, erbe aromatiche e succo di agrumi nei condimenti e, in generale, abituarsi gradatamente a non aggiungerlo alle pietanze.
Per quanto riguarda l’infanzia, è consigliabile inserirlo più tardi possibile nella cottura e nei condimenti, così come ritardare l’accesso a cibi e snack industriali ad alta palatabilità.

Pubblicato su Dimensione Agricoltura di febbraio 2017.DA 2:17

Cibo e metabolismo spiegati ai bambini

Una interessante revisione pubblicata di recente su American Society of Nutrition sottolinea che, a fronte di una cospicua mole di lavori scientifici sul comportamento alimentare degli adulti,  non vi è pari produzione riguardo al comportamento alimentare dei bambini e degli adolescenti. E’ strano, a pensarci bene, vista l’importanza e l’urgenza di fare proprio nelle prime fasi della vita un’efficace prevenzione dell’obesità e di altre patologie, metaboliche e non, attraverso una corretta alimentazione.
In tutta franchezza, per quanto sia auspicabile che la ricerca fornisca al riguardo quanti più dati possibile, credo che la scienza sia già in grado di fornire delle indicazioni sufficientemente precise e accurate per poter effettuare, a largo spettro, politiche alimentari virtuose. Intanto, senza la pretesa di estendere a popolazioni numerosi metodiche ambulatoriali, una delle cose che chi ha il privilegio di lavorare anche con bambini e adolescenti potrebbe e dovrebbe fare è fornire più strumenti possibile ai piccoli pazienti e alle loro famiglie.
DSCN6199Concetti come l’impatto glicemico di un alimento, la combinazione corretta dei cibi che compongono un pasto, il ruolo della fibra sul microbiota intestinale, la regolazione dell’appetito e della sazietà, le conseguenze dello stress sul metabolismo rappresentano, una volta acquisiti, strumenti preziosi di autoregolazione e di scelta consapevole. Ovviamente, è d’obbligo l’attenzione alle modalità con cui questi vengono proposti, la quale deve tener conto di molteplici fattori, quali l’età del bambino, la problematica che lo ha condotto nel nostro studio, la possibilità di collaborazione coi genitori, il possibile inserimento dell’individuo in un gruppo e molto altro ancora: tutte cose che saranno evidente dopo un’attenta e dettagliata anamnesi e successiva meticolosa analisi del caso.
Un’altra occasione per fornire questo tipo di supporto è fornita dall’educazione alimentare  a scuola: nel gruppo classe, infatti, i bambini e i ragazzi sono particolarmente ben disposti all’acquisizione di nuove conoscenze, soprattutto se affrontate in modo pratico ed esperienziale. ed. alim.
In generale, dunque, ritengo importante e irrinunciabile che i percorsi di riabilitazione nutrizionale destinati a bambini e adolescenti non si limitino soltanto alla mera indicazione di scelte alimentari consone e agli abituali controlli del peso e della composizione corporea, ma mirino a fornire coscienza delle modificazioni comportamentali e dei risultati che con esse arriveranno.
A dirla tutta, è una modalità con cui cerco di costruire tutti i percorsi nutrizionali, certa che la bontà e l’efficacia di un percorso, a chiunque esso sia destinato, siano il risultato non solo della competenza e dell’attenzione, ma anche della capacità di rendere fruibile concetti articolati e complessi come quelli relativi a cibo e salute. Non c’è nulla che non possa tradursi in linguaggio accessibile: l’importante è possedere l’elasticità, la creatività e l’empatia necessari una buona e corretta comunicazione.

Review citata: http://pubmedcentralcanada.ca/pmcc/articles/PMC4717882/pdf/an009357.pdf

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L’epigenetica e l’obesità infantile. Capire per agire.

Immagine tratta dalla rete

EPI.jpg

IOM (Institute of Medicine). 2015

Negli ultimi anni lo studio dell’epigenetica, cioè dei cambiamenti dell’espressione dei geni in seguito a stimoli ambientali, ha chiarito molti aspetti dei meccanismi legati all’espressione genica. Oggi sappiamo che in natura tutti gli organismi viventi ricevono stimoli dall’ambiente e che questi possono cambiare il modo in cui i geni si “accendono” o si “spengono”.
Nonostante il cammino della scienza sia ancora lungo, lo studio dei meccanismi epigenetici sta già rispondendo a molte domande che i ricercatori si ponevano da tempo. Le più importanti riguardano forse lo sviluppo di malattie metaboliche: come può l’ambiente influenzare l’insorgenza di queste patologie? Quanto è importante questa influenza esterna sull’espressione dei geni che influenzano il nostro comportamento alimentare e il nostro metabolismo?
Da vari studi, recenti e non, è noto che il rischio di obesità è influenzato dalla relazione dinamica fra l’ambiente, la genetica e le prime fasi di sviluppo del bambino. In particolare, a destare preoccupazione è l’obesità infantile con le sue conseguenze a breve e lungo termine, viste le dimensioni e la diffusione del fenomeno e il relativo aumento della spesa sanitaria.
L’analisi delle relazioni fra epigenetica e sviluppo di obesità è ancora in corso, ma esaminare queste prime idee iniziali, su cosa e come si può cambiare, potrebbe condurre a nuove soluzioni per la prevenzione dell’obesità infantile.
Uno degli studi epidemiologici più importanti al riguardo è quello relativo alla carestia olandese del 1944, seguita dall’aumento del rischio di obesità, ipertensione, diabete tipo II e addirittura disturbi psicopatologici come schizofrenia e depressione, nei discendenti. I meccanismi con cui questo aumentato rischio era trasmesso erano meccanismi epigenetici: nei feti esposti alla restrizione calorica materna, rispetto ai nati nei periodi precedenti o seguenti la carestia, c’era quindi una maggiore incidenza delle suddette patologie. Questo fenomeno è stato interpretato come un meccanismo ad alto significato evolutivo: l’organismo in formazione registra le caratteristiche dell’ambiente in cui crescerà e si adatta, a costo di ammalarsi in seguito con maggiore probabilità. Dunque, l’epigenetica ha un’influenza importante sulle origini dell’obesità, dallo sviluppo fetale ai primissimi anni di vita.
Alcuni gruppi di ricerca si sono concentrati in modo specifico sulla nutrizione materna e paterna. Studi su topi geneticamente identici esposti in utero a diete materne differenti mostrano che si possono sviluppare fenotipi molto diversi, includendo differenti pesi e differenti conformazioni fisiche. In particolare, topi che dovrebbero normalmente essere obesi acquisiscono un fenotipo magro se la loro madre è esposta a una dieta fortificata con colina, acido folico e vitamina B12, che influenzano la metilazione del DNA in un locus genetico particolare. Analogamente, in vari modelli animali, diete ad alto tenore di grasso durante la gestazione risultano associate a diverse espressioni geniche relative al metabolismo lipidico, a quello glucidico, alla regolazione dell’appetito. Questa espressione genetica alterata può influenzare il metabolismo lipidico e carboidratico della prole, con influenze sul fenotipo delle generazioni successive. Alcuni di questi effetti possono essere mitigati se la nutrizione post natale è correttamente bilanciata e, in particolare, se ha una adeguata composizione lipidica.
L’alimentazione materna durante la gestazione influenza anche il microbiota* della madre e dei suoi figli. In uno studio giapponese sui macachi, ad esempio, madri alimentate con tipica dieta occidentale, ricca di grassi animali, subiscono una traslazione verso specie del microbiota che influenzano il metabolismo lipidico e attivano meccanismi pro infiammatori. Questa modificazione si registra anche nella prole.
Alcuni studi sostengono inoltre che anche l’alimentazione paterna abbia un ruolo importante, poiché modificazioni epigenetiche sembrano agire sulle caratteristiche dello spermatozoo che fertilizza l’oocita. Nei ratti, ad esempio, una dieta paterna ad alto tenore di grassi provocava una disfunzione delle beta cellule pancreatiche nelle femmine della prole. Anche l’obesità paterna sembra influenzare la salute metabolica a riproduttiva della prole per molte generazioni. È chiaro, dunque, che l’alimentazione dei genitori può rappresentare un fattore epigenetico di grande impatto sul fenotipo comportamentale e metabolico della prole.
Questa mole di conoscenze, ancora in via di approfondimento e sviluppo, può contribuire ad approntare, in modo mirato ed efficace, progetti di prevenzione dell’obesità infantile, attraverso programmi di informazione e sensibilizzazione a partire dai percorsi di accompagnamento alla nascita, passando per quelli di supporto all’allattamento naturale e procedendo con l’educazione alimentare in età scolare e nell’adolescenza.

 

Note 

*la comunità di organismi unicellulari che vive in stretta associazione con il nostro organismo.

LA seconda immagine è tratta da IOM (Institute of Medicine). 2015. Examining a developmental approach to childhood obe- sity: The fetal and early childhood years: Workshop summary. Washington, DC: The National Academies Press.

Riferimenti e approfondimenti:

Joss-Moore LA et al. 2015. Epigenetic contributions to the developmental origins of adult lung disease. Biochem Cell Biol;93:119-27.

Lane RH. Fetal programming, epigenetics, and adult onset disease. Clin Perinatol 2014;41:815-31.

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Trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare: necessario il lavoro di squadra!

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) rappresentano una serie di patologie psichiatriche molto serie, caratterizzate dall’utilizzo del corpo come strumento d’espressione di un disagio psicologico profondo. Il cibo che lo nutre diventa un nemico da cui difendersi, oppure materia con cui riempire il vuoto interiore. 
Attualmente, l’anoressia e le altre forme di DCA sono da considerarsi fra le modalità patologiche maggiormente espresse dal disagio adolescenziale, soprattutto quello femminile.
Le cause non sono state ancora del tutto chiarite, sebbene alcuni fattori siano considerati determinanti nello sviluppo di queste patologie, definite culture-bound, in quanto la componente culturale occidentale (mode, modelli, tendenze sociali) appare in tutta la sua dimensione, paradossi e angosce compresi. Come per tutte le patologie psichiatriche, anche per i DCA probabilmente esiste una predisposizione genetica che può favorire il rischio di sviluppare malattia. Nonostante l’oggettiva difficoltà nel valutare questo tipo di rischio, alcuni studi riportano che soggetti con DCA hanno in famiglia una maggiore presenza (rispetto a famiglie di persone sane) non solo di disturbi dell’alimentazione, ma anche di depressione e di dipendenza.

immagine tratta dalla rete

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In ogni caso, questa categoria di patologie, fra cui oggi si annoverano anche  la vigoressia e l’ortoressia, forse meno note ma non meno pericolose della anoressia e della bulimia, non può essere più considerata rara, né si può sottovalutare lo stretto legame con il contesto socio-culturale in cui viviamo.
Fra tutti i DCA, nell’anoressia nervosa sono presenti modificazioni nutrizionali tali da rappresentare un elevato rischio metabolico. I malati di anoressia, per lo più di sesso femminile, presentano una malnutrizione proteico-energetica di vario grado che può portare a morbilità fisica e psicologica e, a lungo termine, a morte. Dal progressivo dimagrimento e dalla perdita conseguente di riserve adipose si prosegue, nelle forme gravi, alla riduzione di massa muscolare, utilizzata a scopo energetico, e alla decalcificazione ossea che porta progressivamente a osteoporosi. Per contrastare gli effetti della malnutrizione il metabolismo e il sistema endocrino mettono in atto una serie numerosa e complessa di adattamenti finalizzati a mantenere in vita l’organismo (perdita delle mestruazioni, elevata produzione di corpi chetonici, alterazione della produzione di insulina e della funzionalità tiroidea). Le modificazioni fisiche e comportamentali conseguenti il digiuno protratto generano ansie e paure che mettono a dura prova il contesto familiare e il suo equilibrio. Data la varietà e la complessità delle conseguenze cui va incontro una malata di anoressia, è evidente che il trattamento di questa patologia deve essere multiprofessionale e coinvolgere, cioè, competenze varie e complementari fra di loro.
Nella mia pratica, sempre più spesso, purtroppo, incontro famiglie con questo problema. Nel caso di ragazze molto giovani (dai dieci ai sedici anni), sono in genere le madri ad allarmarsi  e chiedere aiuto, una volta sparito il mestruo o appena realizzato che il calo di peso è stato repentino e che perdura nel tempo. Le ragazze più grandi, invece, arrivano nel mio studio meno di frequente ( raramente inviate dal medico di base, più spesso dallo psicologo, qualche manistrettavolta spontaneamente). Dietro ogni caso di anoressia in genere ci sono dinamiche complesse che vanno necessariamente e urgentemente affrontate con l’aiuto di altri professionisti. Il supporto nutrizionale, insomma, è fondamentale, ma non può bastare a sciogliere i nodi che hanno condotto alla manifestazione della patologia. I miei percorsi sono sempre affiancati e coadiuvati dal lavoro, prezioso, paziente e competente di figure come la pedagogista clinica, la psichiatra, la psicoterapeuta, oltre che il ginecologo e altre figure mediche, a seconda dei problemi che via via si presentano. Il loro percorso va di pari passo al mio e, ad ogni occasione, sollecita, supporta, completa e contiene, ogni intervento sul piano alimentare, ogni variazione di peso, ogni passo in avanti e ogni fallimento. E’ necessario, infatti, lavorare su aspetti quali la dispercezione corporea, il perfezionismo clinico, la rigidità, la bassa autostima, l’eccessivo controllo sul proprio corpo e sui suoi bisogni. Si tratta di un lavoro paziente e complesso, ma anche arricchente e gratificante che deve coinvolgere, oltre alla paziente, i suoi familiari. Posso dire, senza ombra di dubbio, che i casi che ho seguito con maggiore soddisfazione e migliori risultati sono stati quelli in cui l’intera famiglia si è sottoposta a terapia psicologica, collaborando ad ogni fase del percorso.
Oltre alla multidisciplinarietà e al coinvolgimento delle figure di riferimento, c’è da mettere in conto anche un altro fattore fondamentale: il tempo.  Ho imparato molto presto che la sofferenza e il disagio che accompagnano un DCA sono tali da creare, soprattutto nei familiari, l’aspettativa di una soluzione immediata. Ma, essendo queste patologie, la punta di un iceberg sommerso, è necessario concedersi il tempo di acquisire gli strumenti adeguati per affrontare il percorso verso la guarigione, mettendo in conto gli alti e i bassi tipici di queste malattie e procedendo con tenacia e fiducia. E’ un tempo necessario quello che si interpone fra i primi momenti successivi alla diagnosi e l’inizio del miglioramento fisico e psichico della paziente; un tempo in cui ogni dinamica, ogni dubbio, ogni sofferenza devono trovare la loro collocazione, la loro giustificazione e accettazione. Solo così, insieme, con convinzione e tenacia, è possibile venirne a capo.

 

Per approfondire:
Anoressie e bulimie. Massimo Cuzzolaro, Il Mulino
Psicodinamica dell’alimentazione nella prima infanzia
Sito AIDAP, Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso

 

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Zucchero: da spezia antica a nemico moderno.

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Sebbene oggi lo zucchero sia il più comune e diffuso fra i dolcificanti, nel Medioevo era considerato una spezia, un condimento esotico molto apprezzato dalla Cristianità latina, ottenibile solo a caro prezzo per via commerciale ma coltivabile con relativa semplicità anche nel Mediterraneo. Le prime piantagioni di proporzioni consistenti pare fossero collocate in Sicilia, da cui fu esportato nel Quattrocento in Portogallo e successivamente nelle isole Canarie occidentali, in quelle di Capo Verde e del Golfo di Guinea. In breve, si trasformò nell’unico prodotto in grado di competere commercialmente con le spezie orientali. Il gusto molto apprezzato dello zucchero divenne popolare e molto richiesto, fino a sostituire in Occidente l’utilizzo del miele, nonostante i dolci fossero ancora considerati beni di lusso e relegati, dunque, alla tavola dei reali  di qualche famiglia nobile.
Da allora ad oggi, lo zucchero di strada ne ha fatta davvero tanta. Attualmente il suo consumo eccessivo e per un tempo prolungato è considerato una delle cause principali di disregolazione metabolica e aumento di peso. Non ci sorprende, vista la gradevolezza del suo sapore, la sua diffusione nell’alimentazione quotidiana e la facilità con cui è possibile reperirlo.
Ma quali sono i meccanismi attraverso i quali lo zucchero può danneggiare il nostro metabolismo?
Iniziamo facendo un po’ di chiarezza. Il saccarosio, o zucchero da cucina, è un dimero costituito da glucosio e fruttosio.
Il glucosio è il monomero il cui livello nel sangue (glicemia) e nei tessuti è regolato da ormoni particolari (fondamentalmente, insulina e glucagone). È utilizzato da tutti i tessuti e gli organi del corpo, e dal cervello come “carburante” preferenziale. Viene accumulato nel fegato e nei muscoli sotto forma di deposito (glicogeno), utile nei casi di digiuno prolungato (come quello notturno) o negli sforzi fisici improvvisi. Il glucosio proviene dalla digestione di alimenti ricchi di carboidrati, dall’utilizzo delle riserve di glicogeno o da processi di neosintesi effettuati dal fegato a partire da altre molecole (amminocacidi, acido lattico e glicerolo). Quando la quantità di glucosio nel sangue è eccessiva per lungo tempo, l’eccesso contribuisce alla formazione di acidi grassi che, inevitabilmente, innalzano la quota di trigliceridi presenti nel sangue.
12088159_831102997005223_3479382408958433296_nIl fruttosio è presente nella frutta e in alcuni ortaggi (carote, zucchine). Ma, oltre ad essere contenuto in questi cibi e nel saccarosio, esso è abbondante nello sciroppo di mais, detto anche sciroppo di fruttosio, presente in moltissimi prodotti industriali. La sua diffusione nella stragrande maggioranza degli alimenti confezionati è dovuta al fatto che, rispetto all’estrazione di saccarosio (da canna o barbabietola), la produzione di sciroppo di fruttosio è molto più economica.
Quali sono gli effetti dell’eccessiva assunzione di fruttosio? L’organo che li subisce in maggior misura è il fegato che, dopo aver trasformato una piccola quantità di questo zucchero in riserva energetica, comincia a produrre grasso che si deposita sulla superficie dell’organo (steatosi epatica non alcolica). Sono stati evidenziati altri effetti quali l’induzione di fermentazioni a livello intestinale con conseguente disbiosi a carico del microbiota e riduzione della sintesi di leptina, ormone che induce il senso della sazietà.
Sempre più spesso, oggi, si leggono sui social titoli allarmistici che additano lo zucchero quale uno dei cinque (o erano sette?) veleni della nostra epoca. La soluzione, però, non è escluderlo completamente dalla propria alimentazione, proprio come si farebbe nei confronti di un veleno, ma usarlo con moderazione, praticare quotidianamente attività fisica e associarlo correttamente agli altri alimenti. Pertanto, è importante sapere che l’aumento della glicemia può essere contenuto dalla presenza di fibra nello stesso pasto; diventa importante quindi consumare farine da cereali integrali e concedersi un dolce ogni tanto magari a fine pasto. Per quanto riguarda il fruttosio, quello contenuto nella frutta, in persone sane che ne consumano quantità adeguate, non sembra apportare danni al fegato. È importante invece ridurre, o meglio ancora evitare, i prodotti industriali che contengono sciroppo di mais, comprese le bibite edulcorate.

 

 

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