Archivio della categoria: Nutrizione

Corso professionalizzante per professioni sanitarie

Il corso fornisce conoscenze e strumenti significativi per la valutazione e il trattamento della fase che, dalla suzione, conduce il bambino a una alimentazione autonoma, con specifica attenzione alle abilità e alle competenze alimentari. Il corso si pone l’obiettivo di affrontare le tappe fisiologiche di sviluppo delle funzioni orali nel bambino, ma anche le patologie e le situazioni transitorie, fornendo alle professioni sanitarie coinvolte nella valutazione e nel trattamento (psicologo, NPI, logopedista, pediatri, dietisti e biologi nutrizionisti) gli strumenti necessari per lavorare in questo ambito così importante e delicato.
Il corso avrà un taglio teorico-pratico, con la presentazione di casi specifici al fine di consentire ai partecipanti un’esperienza di intervisione e confronto, utile all’interno della loro pratica clinica.

Troverete tutte le informazioni sul sito del Centro il Colibrì

Video-riflessione: Il cibo comunica cose!

Il cibo comunica cose e lo fa attraverso la nostra interfaccia sensoriale. Ci avevate mai pensato? Nel mio breve video  ,che fa parte del progetto L’unione fa la forza cultura, si parla di questo e del romanzo La fabbrica di cioccolato di Roald Dahl.

 

Cibo e salute ai tempi del Covid-19

La permanenza forzata a casa ci porta inevitabilmente ad affrontare il problema del ricorso eccessivo al cibo. Quali sono le strategie per poterlo affrontare con equilibrio e autocontrollo? Innanzitutto è fondamentale saziarsi ai pasti principali. La sazietà dipende da molti fattori: oltre che dal contenuto calorico del pasto, anche dalle percezioni sensoriali e dalla masticazione. Non distraiamoci, quindi, dalla gratificazione che sapori, odori, colori e consistenze possono darci. È un tipo di consapevolezza cui non siamo più abituati ma che ci aiuta a raggiungere prima la sensazione di piacere e di pienezza. La masticazione inoltre è davvero fondamentale, non solo per un più rapido raggiungimento della sazietà, ma anche per una migliore digestione.

Fondamentali sono anche gli spuntini fra i pasti principali: uno a metà mattinata e uno a metà pomeriggio. Essi hanno la funzione di spezzare il lungo digiuno e permetterci di non avere cali di energia e attenzione, oltre che di arrivare ai pasti principali con un appetito più gestibile. È consigliabile farli con frutta fresca di stagione, verdura cruda e croccante, frutta a guscio e semi oleosi. Ricordiamoci sempre che restando a casa il nostro dispendio energetico quotidiano si riduce e che quindi è bene ridurre contestualmente anche l’introito calorico.

Importante anche la funzionalità intestinale a cui sono legate le nostre risposte immunitarie. Ancora una volta sono gli alimenti vegetali a venirci in aiuto: frutta, verdura, cereali integrali e legumi con il loro contenuto in nutrienti, fibra e nutraceutici nutrono, curano e supportano i microrganismi che popolano l’ambiente intestinale, assicurandoci corretti assorbimenti, regolare funzionalità e soprattutto sollecita risposta immunitaria.

Su Dimensione Agricoltura di aprile 2020

Educazione alimentare e distretti rurali – il mio contributo

Educazione Alimentare e Distretto Rurale Val di Cecina

In un’epoca come la nostra, in cui è necessario e urgente fare i conti con il consumo di risorse limitate, l’idea di diffondere le buone pratiche alimentari è alla base di un percorso formativo più ampio e complesso che ponga l’attenzione sulla convivenza civile, la valorizzazione e il rispetto delle risorse ambientali e l’educazione agli stili di vita sani. I tre concetti (convivenza civile, rispetto ambientale e salute) non sono distanti tra loro, ma, al contrario, fanno parte di una stessa, ineludibile, urgente responsabilità cui tutti noi siamo chiamati: la sostenibilità. Pertanto, se con-vivere significa vivere insieme ad altri esseri viventi e “vivere in modo sano” significa rispettare i propri ritmi, il proprio corpo e i propri bisogni primari, il concetto di “sostenibilità” si incastona perfettamente fra i primi due, segnando, in modo inequivocabile, il passo del nostro tempo.

Nel contesto del Distretto Rurale della Val di Cecina, a fronte del suo innegabile valore di messa a sistema di valori, risorse e competenze, l’Educazione Alimentare assume un ruolo fondamentale, come prezioso strumento preventivo – individuale e di comunità – e ambientale. A condizione, però, che essa sia rigorosamente esperienziale, cioè che apporti all’esperienza del cittadino nuovi strumenti e nuove competenze da inserire in dinamiche circolari virtuose, cioè con ricadute positive su tutto il territorio. Il cibo, del resto, è l’importante luogo simbolico che perdura per tutta la vita e in cui convergono oltre che vissuti, esperienze ed emozioni anche la rappresentazione della terra da cui proviene, della storia che l’ha connotata, delle pratiche agricole che la rappresentano e la caratterizzano.

Cosa si intende per Educazione Alimentare Esperienziale?

L’esperienza alimentare di ognuno di noi passa attraverso la sensorialità e conduce alla conoscenza. Mangiamo volentieri cibi che conosciamo, di cui abbiamo sperimentato l’odore, il colore e la forma, la consistenza e la struttura. Di cui sappiamo la storia, l’utilizzo in cucina, l’effetto sul nostro corpo. Siamo più diffidenti, invece, nei confronti di ciò che non abbiamo mai sperimentato. È noto da tempo che l’esposizione a una grande varietà di sapori, colori e forme e il racconto (storico e scientifico) di ciò che li ha prodotti rappresenta la strada maestra  per promuovere nell’individuo una maggiore varietà alimentare e, in definitiva, un’alimentazione più sana e più vicina ai suoi bisogni organici. In questo contesto si fa strada un’altra considerazione importante: se da una parte l’esperienza sensoriale alimentare può migliorare il rapporto degli individui con il cibo, dall’altra emerge in modo sempre più convincente l’utilità di un percorso di ri-costruzione del legame fra chi produce e chi acquista gli alimenti. L’agricoltura è, per definizione, “locale” e rappresenta storicamente l’ambito in cui gruppi di persone diventano comunità. Una comunità in cui colture e allevamenti comuni a un territorio si tramandano per consuetudine familiare o comunitaria, si caratterizzano per il passaggio da una generazione all’altra. Proprio da questa consegna nasce la parola “tradizione” (da tradere: trans – dare). I prodotti di questa agricoltura legata ai territori, caratterizzati da biodiversità e varietà, da un nome, una storia di relazioni, equilibri e caratteristiche noti e condivisi nel contesto locale, rappresentano eredità e patrimonio collettivo per le comunità che ne preservano la memoria e ne tramandano la preparazione.

In questa prospettiva, l’Educazione Alimentare rappresenta un efficace collante fra le varie attività del Distretto Rurale Val di Cecina e il motore propulsore di una nuova coscienza individuale e collettiva.

Articolo pubblicato su Dimensione Agricoltura di marzo 2020

 

 

Il pasto della discordia

Da diversi anni mi occupo di ristorazione scolastica, cioè strutturo piani alimentari, detti inadeguatamente menù, per le varie fasce d’età scolare. Si tratta di piani settimanali di cinque giorni che prevedono la composizione equilibrata e variata del pranzo, a volte anche degli spuntini, con una rotazione su quattro settimane per due stagioni, quella primaverile – estiva e quella autunnale-invernale. È un lavoro complesso che richiede competenze e concentrazione, ma soprattutto tanta pazienza. Oltre allo studio di grammature, calorie e copertura dei fabbisogni, chi si occupa di ristorazione scolastica deve fare i conti con alcuni fattori il cui effetto spesso rallenta le procedure e mette a dura prova il professionista. Se da un lato, infatti, c’è l’attenzione alla qualità delle materie prime, alla copertura dei fabbisogni, all’effetto salutare e preventivo del pasto, dall’altro non si può prescindere dal “gradimento” da parte dei piccoli utenti. Accade molto spesso che un piano fatto a regola d’arte, seguendo pedissequamente le linee guida ministeriali e regionali, con la dovuta attenzione all’impatto sulla glicemia, ai prodotti di filiera corta e al biologico non risulti in linea con il gusto dei bambini. Negli anni ho registrato un peggioramento di questo fenomeno e frequenti richieste di modificare il piano originariamente approvato dalla ASL per andare incontro alle richieste delle famiglie legittimamente preoccupate del digiuno, più o meno totale, dei loro bambini.
Mi sono chiesta spesso quale sia la strada maestra per risolvere il problema e ogni volta ho concluso che non ne può esistere una sola. Ma siccome per risolvere una questione da qualche parte bisogna pur cominciare, se dipendesse da me, comincerei da un canale diretto con le famiglie per valutare le problematiche che frustrano il buon esito di un pasto fuori casa. Partirei dal chiarire la natura dell’inciampo che spesso risiede nell’omologazione dei gusti e nelle cattive abitudini quotidiane dettate dalla fretta e dalla mancanza di consapevolezza. Partirei dalla lista della spesa e dalla ristrutturazione di piccole regole senza le quali adattarsi al pasto a scuola diventa difficile; dall’informazione e dalla pianificazione dei pasti in famiglia, dalla ri-valorizzazione di certe buone pratiche che un tempo erano assodate e che oggi facciamo molta fatica a seguire; dalla necessità di adattare la vita odierna, più veloce e frenetica di prima, a nuove strategie che consentano di mangiare con gusto, ma in modo sano. Per un’operazione del genere è necessario poter fare affidamento su professionalità adeguate che unite in rete garantiscano un lavoro capillare ed efficace sul territorio.
È in atto da poco un’interessante sperimentazione in Val di Cecina, dove l’educazione alimentare è stata posta al centro dei progetti del Distretto Rurale, riconosciuto come Distretto del Cibo dal Ministero dell’Agricoltura. Una realtà di questo tipo ha tutte le carte in regola per guidare il processo di miglioramento della ristorazione scolastica.

 

 

Per Dimensione Agricoltura di marzo 2020

 

 

La dieta perfetta

L’attenzione al peso corporeo e alla salute è una buona pratica che permette di star bene con noi stessi e di prevenire gran parte delle patologie. Ma come si fa a perdere il peso in eccesso? Qual è la dieta perfetta? E, soprattutto, esiste una dieta perfetta? Ebbene, se con l’aggettivo perfetta intendiamo adatta a tutti ed efficace sempre e su ognuno di noi, la risposta è no, non esiste. Esiste invece la dieta (dal greco diaita, cioè stile di vita) che possiamo affrontare, sostenere e mantenere nel tempo. Cioè lo stile di vita, compreso quello alimentare, che viene incontro ai nostri bisogni fisici e psicologici; quello che, pur facendoci perdere il peso in eccesso, ci fa stare bene e in equilibrio con le nostre emozioni e con il nostro corpo.

Tuttavia, non è facile come sembra. Le buone pratiche alimentari si acquisiscono modificando comportamenti spesso radicati in profondità. Sostituire le vecchie abitudini con quelle nuove richiede molta motivazione. Le nuove pratiche devono risultare quindi sostenibili e, se possibile, gratificanti per l’individuo che si appresta a fare un percorso di recupero del peso salutare. Per questo motivo non è necessario e nemmeno consigliabile sottoporsi a estenuanti percorsi restrittivi, pieni di rinunce e frustrazioni, né delegare il proprio dimagrimento a fantasiosi e improbabili sistemi promossi in rete o a miracolose pozioni che sostituiscono i pasti. In assenza di patologie, infatti, il percorso migliore è quello che rende pro-attivi e consapevoli e che offre all’individuo la possibilità di acquisire nuovi e migliori strumenti di scelta e gestione del proprio cibo. Imparare a mangiare bene, a muoversi e a prendersi cura di sé è importante e si può imparare: ognuno con i propri tempi, con le proprie abilità e propensioni. A condizione, ovviamente, di volersi bene.

Articolo pubblicato su Dimensione Agricoltura – febbraio 2020

 

Di vendemmie e frangiture

Dal punto di vista alimentare, l’autunno è una stagione ricchissima. Basti pensare alla grande varietà di ortaggi e frutti. Ma l’autunno è atteso soprattutto per la produzione del vino dell’olio. Su questi due preziosi prodotti della nostra agricoltura mediterranea si è detto molto, anche in questa rubrica. Questa volta quindi vorrei parlarvi del loro valore storico, simbolico e culturale. Percorrere la storia del vino e dell’olio significa conoscere la storia dell’umanità e delle varie civiltà che si sono succedute. I Greci esportavano la vite diffondendola nelle terre colonizzate. I Romani, invece, esportavano il vino, relazionandosi in un modo diverso con le popolazioni sottomesse. Con la caduta dell’impero romano e l’avvento delle invasioni barbariche, l’uomo smise di coltivare la vite, a causa delle devastazioni da parte delle popolazioni del nord. Niente viti, dunque, niente vino!
Ma il vino italiano sopravvisse ugualmente e in modo clandestino, grazie al suo significato religioso di cui nei primi secoli del medioevo l’uomo non volle fare a meno. I contadini, infatti, continuarono a mettere a dimora le viti in luoghi appartati e sicuri.
Ma i barbari non portarono solo devastazione: i Romani impararono dai Galli che conservarlo in panciuti recipienti di legno ne migliorava il sapore.
Poi c’è l’olio, che trova anch’esso nel bacino del Mediterraneo la sua culla. La pianta selvatica di ulivo era poco più che un arbusto. Con l’intervento dell’uomo divenne un albero e produsse stabilmente le olive. L’olio divenne sacro sin da subito. I Re di Israele venivano consacrati con l’olio. Di seguito, fu caricato di simboli importanti legati al cristianesimo e ai sacramenti. L’ulivo fu utilizzato dai Greci come simbolo di vittoria alle olimpiadi e i Romani ne diffusero la coltivazione nelle terre dell’impero. Come la vite, anche l’ulivo rischiò l’estinzione durante le invasioni barbariche. Fu salvato dai monaci che continuarono a coltivarlo negli orti dei monasteri. Portare a tavola vino e olio fa dunque parte delle nostre radici e delle nostre tradizioni. Per questo, oltre che per il loro valore nutrizionale e gastronomico, sono prodotti da tutelare, migliorare e diffondere.

Per D.A. novembre 2019

 

A tavola per l’ambiente

È appena trascorso il Friday For Future, lo sciopero dei giovani che sfilano nelle città d’Italia e di altri Paesi del mondo per tenere alta l’attenzione sul rapido aumento delle temperature globali. Chiedono che la politica se ne occupi con scelte più attente e azioni più decise. Sulla giovane attivista svedese che ha il merito di aver promosso il movimento, Greta Thunberg, si è detto troppo e a sproposito, spostando l’attenzione dal vero focus della manifestazione e cioè la questione climatica. Al netto di tutte le controversie e le opinioni che ognuno si è fatto, attuare comportamenti a basso impatto ambientale è indubbiamente affare di tutti. Ognuno di noi può fare tanto e da subito, cominciando ad esempio dal proprio stile alimentare. La riduzione del consumo di carne e sicuramente una delle raccomandazioni principali, a causa dell’alto impatto ambientale degli allevamenti intensivi: chi la ama non deve necessariamente escluderla dalla propria dieta, ma sceglierla con attenzione e mangiarla con una frequenza minore (due volte a settimana per un adulto sano è più che sufficiente). Sceglietela da allevamenti non intensivi, che non fanno utilizzo massivo di antibiotici e altri farmaci, che alimentano gli animali in modo congruo e rispettoso della loro salute e dell’ambiente. Quando andiamo a fare la spesa, evitiamo incarti e contenitori di plastica, prediligendo alimenti sfusi. I rifiuti vanno riciclati o inceneriti, si tratta di processi che prevedono alti costi ambientali. Non facciamo scorte alimentari, eviteremo gli sprechi, ridurremo i rifiuti. Quando è possibile cerchiamo di raggiungere i punti vendita senza l’uso dell’automobile, camminare fa bene a tutti. A casa, riduciamo più possibile il consumo d’acqua: riutilizziamo le acque di cottura delle verdure per insaporire altre pietanze, beviamo acqua di fonte o contenuta in bottiglie di vetro a rendere. Cominciamo da qui. Per approfondire non mancano certo i siti su cui informarsi (www.wwf.it, www.saluet.gov.it, www.fao.org). La cosa più importante è attivarsi e farlo da subito. Credo che tutti noi lo dobbiamo ai nostri ragazzi, a noi stessi e al pianeta che ci ospita.

 

Su Dimensione Agricoltura

Che cos’è l’ARFIDF, cioè Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo? 

Informazioni su ARFID (Avoidant-Restrictive Food Intake Disorder)

  • E’ il secondo disturbo alimentare più comune nei bambini di età pari o inferiore a 12 anni.
  • Può essere diagnosticato in bambini, adolescenti e adulti.
  • Le persone con ARFID sono ad alto rischio per altri disturbi psichiatrici, in particolare l’ansia, depressione, e disturbi del comportamento alimentare (soprattutto, anoressia).
  • Il 20% delle persone con ARFID è di sesso maschile.

 

 

Sintomi

  • Alimentazione monotona e o disordinata caratterizzata da mancanza di interesse per il cibo, estrema selettività, ansia e paure per le conseguenze negative dell’alimentazione (ad es. vomito, soffocamento, reazione allergica).
  • L’alimentazione selettiva non è dovuta alla mancanza di risorse disponibili, né a un pervicace controllo del peso e delle forme corporee (come accade nell’anoressia).
  • Può essere accompagnato da:
    • significativa perdita di peso o mancato aumento di peso e altezza
    • carenza nutrizionale (ad es. anemia sideropenica, carenza vitaminica, ecc.).
    • alterazione del funzionamento psicosociale (poca propensione alle amicizie e alla serena condivisione dei momenti conviviali).

Quando sospettare un ARFID?

  • Assunzione limitata o ridotta accompagnata da malessere generale (mal di pancia, mal di testa, problemi gastrointestinali vari).
  • Mancanza di appetito o interesse per il cibo.
  • Paura di soffocamento o vomito.
  • Incapacità o riluttanza a mangiare davanti agli altri (ad es. a scuola, a casa di un amico, al ristorante).
  • Neofobia non risolta in età scolare.
  • Progressiva riduzione della gamma di cibi accettati.

Conseguenze sulla salute

  • Problemi di crescita sia in peso che in altezza.
  • Malnutrizione per difetto con conseguenti affaticamento, debolezza, unghie fragili, perdita di capelli o capelli secchi, difficoltà di concentrazione e riduzione della densità ossea.
  • Perdita di peso o sottopeso grave.
  • Esposizione ad altre patologie.

Domande più frequenti

  • Si può trattare? Sì, esistono dei protocolli di trattamento basati sulla desensibilizzazione sensoriale, il ripristino della copertura dei fabbisogni nutrizionali e l’educazione alimentare rivolta sia al bambino che alla famiglia.
  • Ci sono patologie che possono esporre più frequentemente all’ARFID? E’ stato visto che i bambini con autismo mostrano una maggiore frequenza di selettività alimentare. Ma ARFID può manifestarsi anche in pazienti con sviluppo tipico che hanno subito piccoli traumi in tenerissima età (vomito frequente, sondino naso-gastrico, o altro).
  • Quali sono i professionisti più adeguati al trattamento di ARFID)? È opportuno ce il paziente sia valutato da un medico (pediatra, neupsichiatra, altro specialista) perché formuli una diagnosi esatta. Sarà compito del nutrizionista provvedere alla riabilitazione nutrizionale e all’educazione alimentare. Rispetto alla desensibilizzazione sensoriale è opportuno affidarsi a personale appositamente formato da cui i genitori possono apprendere gli strumenti necessari a gestire autonomamente il problema. L’importante è affidarsi a professionisti che conoscono questo disturbo alimentare e che hanno strumenti per trattarlo.

(Per informazioni e appuntamenti scrivere a giusi.durso@libero.it, o telefonare al 347 0912780).

Riferimenti bibliografici

Nicely, T., Lane-Loney, S., Masciulli, E., Hollenbbeak, C., & Ornstein, R. (2014). Prevalence and characteristics of avoidant/restrictive food intake disorder in a cohort of young patients in day treatment for eating disorders. Journal of Eating Disorders, 2. Doi: 10.1186/s40337-014-0021-3.

Nicholls, D., Lynn, R., & Viner, R. (2011). Childhood eating disorders: British national surveillance study. The British Journal of Psychiatry, 198, 295-301.

Norris, M., Robinson, A., Obeid, N., ,Harrison, M., Spettigue, W., & Henderson, K. (2014). Exploring avoidant/restrictive food intake disorder in eating disorder patients: A descriptive study. International Journal of Eating Disorders, 47, 495-499.

Ornstein, R., Rosen, D., Mammel, K., Callahan, T., Forman, S., Jay, M., et al. (2013). Distribution of eating disorders in children and adolescents using the proposed DSM-5 criteria for feeding and eating disorders. Journal of Adolescent Health, 53, 303-305.

Zucker, N., Copeland, W., Franz, L., Carpenter, K., Keeling, L., Angold, A., et al. (2015). Psychological and psychosocial impairment in preschoolers with selective eating. Pediatrics, 136, 1-9

Per ulteriori informazioni, si possono consultare i seguenti siti:

https://www.ipsico.it/news/arfid-restrizione-evitamento-cibo-bambini/

https://www.istitutobeck.com/disturbo-evitante-restrittivo-assunzione-cibo

https://www.unabreccianelmuro.org/interventi-sulla-selettivita-alimentare/

https://www.aidap.org/2017/che-cose-il-disturbo-evitanterestrittivo-dellassunzione-del-cibo-arfid/

https://keltyeatingdisorders.ca/wp-content/uploads/2017/04/ARFID_NEDA.pdf

 

 

 

 

Immagini di Giusi D’Urso

 

Meraviglioso, dannato zucchero!

Il nostro organismo è costituito da miliardi di cellule che hanno costantemente fame di zucchero. Il cervello è l’organo che ne utilizza di più: un etto abbondante di glucosio ogni giorno. E questo è vero sia per chi è magro che per chi è in sovrappeso. In tempi molto remoti, infatti, è stato proprio lo zucchero a fornire ai primi ominidi la possibilità di sopravvivere a periodi di magra e di sviluppare capacità cognitive elevate. Per dirla tutta, il grasso dei pesci e della carne hanno favorito lo sviluppo di una rete neuronale capace di ideazione e progettazione, ma il glucosio, presente nella frutta e nella verdura (più tardivamente nei cereali) ha rappresentato il carburante adeguato e necessario allo sviluppo del grande cervello. Questo è uno dei motivi per cui il sapore dolce ci è così gradito.
Nell’epoca che stiamo vivendo di zucchero ne abbiamo in abbondanza. Bene, diremmo! Tutto a vantaggio del nostro cervello. Magari fosse così facile. Il problema è che oltre a quello presente nei cereali, nella frutta e nella verdura, lo zucchero oggi viene aggiunto in moltissimi prodotti industriali che quotidianamente entrano nelle nostre case. Per cui tendiamo a consumarne davvero troppo. Anche il comportamento opposto, però, non è corretto: eliminare ogni fonte di glucosio, depennando dalla nostra dieta pane, pasta, dolci e altri alimenti amidacei danneggia una serie di cellule e tessuti che lo richiedono per esplicare le loro normali funzioni, oltre a ridurre la produzione di neurotrasmettitori e neuro-ormoni che ci fanno stare bene e ci rendono di buonumore. E allora? La soluzione, come sempre, è la moderazione. Scegliere alimenti che lo contengono naturalmente può essere un buon inizio.

Scritto per Dimensione Agricoltura