Archivio dell'autore: Giusi D'Urso

Informazioni su Giusi D'Urso

Giusi D’Urso è nata nel marzo del 1967 a Messina e fino all’età di diciassette anni ha vissuto in un piccolo paese della provincia siciliana. Nel 1984 si è trasferita a Pisa, dove ha terminato il liceo e si è laureata in scienze biologiche. Nonostante gli studi scientifici, ha sempre coltivato la passione per la scrittura e la lettura. Oggi infatti, oltre a lavorare come biologa alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo pisano e privatamente come Nutrizionsista, collabora con un settimanale locale e cura diversi blog di narrativa e poesia. “Il bene tolto” edito da Edizioni Progetto Cultura 2003 (Roma) è il suo romanzo d'esordio. Ha pubblicato inoltre Mangiando in allegria (Felici Editore, 2008), insieme a Paola Iacopetti e Spunti di nutrizione ed altro, (Manidistrega Editrice, 2009).

Uno mangia troppo e l’altro poco… che fare?

 

 

Non è affatto inusuale, per chi si occupa di nutrizione pediatrica, incontrare famiglie in cui uno dei figli mangia molto e l’altro invece è inappetente. Un dilemma che dal punto di vista pratico e organizzativo mette la famiglia in grande difficoltà, perché è chiamata a gestire due situazioni non solo molto diverse fra loro, ma assolutamente opposte.
Come fare, infatti, a contenere l’appetito sfrenato di un figlio, se il fratellino mostra indifferenza pressoché assoluta nei confronti di molti, se non di tutti, gli alimenti?
Può essere valida la regola del divieto per uno e della facilitazione, sempre e in ogni caso, per l’altro? In poche parole, si può limitare a uno l’accesso a una dispensa piena di ogni leccornia e succulento manicaretto preparati per stuzzicare l’interesse e l’appetito dell’altro?

Il piccolo “ingurgitatore”…

Il problema è complesso e merita una riflessione attenta. I bambini cosiddetti “ingurgitatori” mostrano spesso una sorta di compulsività che li porta, soprattutto durante le ore pomeridiane che trascorrono a casa, alla continua ricerca di cibo consolatorio, cioè ricco di grassi e zuccheri, che hanno l’effetto di gratificare il palato nell’immediato, spesso senza nutrire a sufficienza.
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Rifiuto del cibo e patologie metaboliche: un caso in corso.

molecola-del-fruttosio-40168389Recentemente è arrivata alla mia osservazione Rebecca (nome di fantasia): una bambina con intolleranza al fruttosio o fruttosemia. Si tratta di una patologia genetica, autosomica recessiva, caratterizzata dall’assenza dell’enzima fruttosio-1- fosfato aldolasi deputato alla metabolizzazione del fruttosio. Questo zucchero quindi tende ad accumularsi nel sangue e a provocare danni epatici, renali e metabolici. La malattia può manifestarsi già nella primissima infanzia con vomito, rifiuto del cibo e ipoglicemia. In assenza di una diagnosi precoce e della dieta deprivata di fruttosio, la situazione può essere così grave da arrecare danno epatico e renale e rendere necessario il ricovero in ospedale.
Rebecca ha poco più di due anni e di ricoveri ne ha già subiti diversi. Finalmente adesso la sua patologia è stata individuata e diagnosticata con precisione, pertanto la bambina sta seguendo una dieta completamente priva di fruttosio, saccarosio e sorbitolo. La difficoltà di strutturare e seguire un piano alimentare siffatto è rappresentata soprattutto dalla presenza di fruttosio nascosto in molti alimenti industriali. Pertanto è consigliabile utilizzare cibi che naturalmente non lo contengono. Inoltre, è importante lavorare sulla salute del suo intestino e sulla regolarità dei suoi assorbimenti, attraverso l’utilizzo di probiotici esenti da fruttosio (la cui ricerca è risultata davvero ardua!). Un altro aspetto fondamentale è l’integrazione vitaminica, attraverso prodotti di integrazione adeguati.
La gestione di una dieta deprivata di fruttosio in una bambina così piccola è molto complessa e faticosa, anche perché, a causa dei continui sintomi e dei conseguenti ricoveri, Rebecca ha sviluppato una reazione repulsiva verso il cibo e il momento del pasto in generale. Tale repulsione, inoltre, si sovrappone alla neofobia fisiologica che ogni bambino sperimenta fra il primo e terzo anno di vita. Le reazioni più comuni  di Rebecca attualmente sono il pianto, la stizza, la fuga e l’allontanamento dalla tavola apparecchiata, la tendenza a piluccare e l’estrema selettività. La crescita della bambina, al momento, è regolare e questo ci concede il tempo di instaurare con calma un buon rapporto empatico e strutturare un percorso adeguato.
Rebecca attualmente rifiuta anche alimenti proteici naturalmente privi di fruttosio quali la carne, l’uovo e il formaggio e il pesce che, in questa fase della crescita e in presenza di un regime alimentare così ristretto, assumono un’importanza fondamentale. Il lavoro con Rebecca è appena iniziato e fondamentalmente riguarda la sensorialità e le reazioni di diffidenza: stiamo imparando a conoscere il cibo e ad accettare la convivialità attraverso colori, reazioni tattili e l’uso di video appropriati. Il secondo step riguarderà la sperimentazione dei cibi da introdurre fra i suoi consumi in forma adeguata: in questo passaggio sarà fondamentale la collaborazione dei genitori nella preparazione dei pasti e nella condivisione familiare, serena e paziente.

 

 

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La colite non è un male necessario

Nel mio lavoro di nutrizionista, molto spazio e molto tempo vengono regolarmente occupati dall’attenzione alla funzionalità intestinale, poiché è noto quanto dalla salute del nostro secondo cervello dipenda quella dell’intero organismo e quanto il lavoro preventivo attraverso il cibo passi proprio dalla fisiologia di questa parte del nostro corpo, considerata così poco nobile eppure tanto importante. “Convivo con la colite da sempre!” è una frase che ho sentito pronunciare molte volte e che dà l’idea della rassegnazione con la quale le persone che soffrono di questo disturbo affrontano il disagio quotidiano dell’alvo irregolare. Sia colpa dei dolori, del gonfiore, della stipsi o della diarrea, il disturbo finisce per condizionare la qualità della vita, influenzando l’umore e le attività quotidiane.  Esistono diversi tipi di colite: infettiva, da agenti chimici, nervosa, da antibiotici, ulcerosa. La forma più frequente è rappresentata dalla sindrome dell’intestino irritabile (IBSIrritable Bowel Syndrome, nota anche come colite spastica),  un processo infiammatorio che colpisce circa il 20% della popolazione e che riguarda il colon o parte di esso. I sintomi più frequenti della IBS sono dolori addominali, gonfiore, scariche diarroiche alternate a periodi di stitichezza ostinata. In genere, si osserva l’alternarsi di periodi di remissione e periodi di acuzie e, nonostante non si tratti di una malattia grave, la sua frequenza e la sintomatologia fastidiosa ne fanno una delle patologie dalle conseguenze socio-sanitarie piuttosto considerevoli. Proprio per questo è importante sapere che, dopo la diagnosi di IBS effettuata dal medico specialista, con un piano alimentare adeguato e personalizzato e una particolare attenzione all’equilibrio della componente batterica intestinale è possibile alleviare la sintomatologia, allungare i periodi di remissione e rendere la qualità della vita decisamente migliore. Importantissima, in questo senso, è l’anamnesi che il nutrizionista effettua durante il primo incontro, in quanto l’attività del colon, e dell’intestino tutto, è influenzata, oltre che da fattori generali e accidentali, anche e soprattutto da fattori individuali, fra i quali quelli genetici, alimentari, stressogeni ed emozionali. Ricordiamo, infatti, che l’intestino rappresenta galtl’interfaccia che il nostro organismo interpone fra l’esterno e l’interno: ogni cibo di cui ci nutriamo fa parte dell’ambiente esterno fino a quando non viene assorbito nelle sue singole parti. Inoltre, questa interfaccia è davvero molto complessa dal punto di vista anatomo-funzionale, ricca com’è di tessuto atto all’assorbimento, terminazioni nervose, cellule immunitarie, tessuto neuro-endocrino e componente batterica. Quest’ultima, come è già stato detto in altri articoli di questo blog, rappresenta un vero e proprio organismo nell’organismo, costituendo quello che ormai conosciamo con il nome di microbiota intestinale. Questa ricchezza anatomo-funzionale pone l’intestino al centro di una vasta gamma di funzioni, oltre a quella più nota e comunemente ricordata, dell’assorbimento dei principi nutritivi. Da quest’organo partono infatti stimoli  e segnali neuro-endocrini che regolano l’appetito e la sazietà, il sonno e la veglia, l’umore, la capacità di gestire lo stress. Grazie alla componente immunitaria, continuamente sollecitata e “allenata” dal microbiota in equilibrio, l’intestino si trova al centro delle reazioni di difesa e prevenzione riguardo a molte patologie, non solo infettive. Sempre alla componente batterica dobbiamo anche la produzione di particolari sostanze protettive derivate dalla fermentazione di alcuni componenti alimentari. Alla luce di queste osservazioni, che peraltro mettono in risalto solo alcune delle molteplici funzioni dell’intestino, risulta comprensibile il motivo per cui se l’equilibrio di questo complesso sistema si altera le conseguenze sul nostro benessere sono macroscopiche e considerevoli. Risulterà chiaro quindi che adeguarsi a certi sintomi non solo significa rassegnarsi a sopportare quel fastidioso stato di cose, ma esporre il nostro organismo a deficit e rischi che a lungo termine possono esacerbare patologie più importanti di una semplice colite. E’ il cibo, come spesso accade, la prima vera terapia; esso però, una volta individuato, bilanciato e scelto attraverso un’accurata valutazione dei fabbisogni, dei gusti e della composizione corporea, deve essere supportato e accompagnato da un lavoro attento sulla popolazione batterica che non può e non deve essere considerata come presenza generica e comune, ma come preziosa connotazione personale, un’impronta che ci distingue, che guida e gestisce il nostro modo di compensare, sopperire e reagire. Anche il lavoro sulle emozioni e sulla loro gestione, sullo stress e sulla capacità di farvi fronte, rappresenta spesso una strada parallela auspicabile. La parola d’ordine, comunque, è ancora una volta “personalizzazione”, poiché ognuno di noi è unico. Anche all’interno!

 

 

 

 

 

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Immagini: la prima è tratta dalla rete, la seconda dal seguente sito: http://www.drkarenfrackowiak.com/

 

 

Incontri di educazione alimentare

I nuovi incontri di educazione alimentare de La MezzaLuna – Centro di Educazione logo-okAlimentare  partono da BIO al SACCO13509076_319516398380069_7483482552828236984_n

Ecco titoli e calendario calendario!

1 febbraio | La spesa della salute. dalla lista al piatto
8 febbraio | La cucina della salute. Cotture, conservazione e combinazioni alimentari
15 febbraio | Il peso e la buona cucina. Amici o nemici?

L’avversione alimentare in età adulta

Due casi, due trattamenti.
Quando si parla di avversione orale, neofobie e rifiuto del cibo si pensa automaticamente ai bambini, soprattutto in quella particolare fase dell’accrescimento che prevede il passaggio dall’alimentazione esclusivamente lattea a quella semisolida e solida (divezzamento). In genere, infatti, e in modo del tutto fisiologico, il bambino mostra diffidenza all’introduzione nella sua usuale dieta lattea di alimenti con sapore, tessitura e densità vari e diversi tra loro. In questo blog, è stato affrontato questo argomento in altri articoli che riporto a fine pagina, per chi volesse approfondire.
ed. alim.In realtà, l’avversione orale a particolari cibi o all’atto comune di alimentarsi può presentarsi anche in età adulta e rendere le scelte alimentari molto difficili e monotematiche, quando, addirittura, non causi dimagrimento eccessivo e malnutrizione.
Attualmente, sono due i casi che sto seguendo nel mio studio. Riguardano entrambi due giovani donne più o meno coetanee e studentesse universitarie, ma che con tutta probabilità hanno sviluppato questo disturbo per cause assolutamente diverse.
Il primo caso riguarda Monica (nome di fantasia), di 22 anni, che da sempre ha difficoltà ad alimentarsi in modo variato, scartando a priori una serie molto ampia di cibi. I motivi della sua avversione, come lei stessa è in grado di descrivere, sono molteplici: molti degli alimenti scartati sono di origine vegetale, in particolare non riesce a mangiare frutta con la buccia, diversi tipi di verdura, cibi a consistenza molle ed estremamente umida. La restrizione nella scelta risale probabilmente all’epoca del divezzamento, durante il quale, forse, è accaduto qualcosa che ha interrotto la dinamica di apprendimento alimentare ed educazione al gusto che ogni bambino affronta (con non poca fatica) in quel periodo. Non è semplice risalire ad uno specifico episodio e comunque non è nemmeno così necessario. Monica segue, per motivi etici, una dieta latto-ovo-vegetariana, è normopeso ma ha qualche carenza vitaminica per l’esigua presenza di alimenti vegetali nei suoi consumi quotidiani. Il percorso con questa giovane donna è iniziato, proprio come usualmente accade nel mio studio coi bambini che seguo, con l’educazione alla sensorialità. Nei primi incontri abbiamo sfogliato un libro che mostra disegni bellissimi e molto dettagliati di frutta e verdura. Siamo partiti, dunque dall’osservazione. Ad ogni incontro è stato scelto un alimento vegetale ed è stato “studiato” nelle sue caratteristiche specificamente apparenti: colore, forma, dettagli e particolari che possono risaltare agli occhi di chi osserva.
a10Successivamente, dopo averle proposto di conoscere anche la storia e la produzione di quel dato alimento, ci siamo concentrate sul tatto: toccando un dato frutto o un dato ortaggio con le mani, Monica è stata invitata a descrivere su un quaderno le sensazioni tattili, in modo molto dettagliato. Il passo successivo ha contemplato l’idea dell’assaggio: è andato a buon fine e ha mostrato (finalmente!) la presenza reale di gradimento o di disgusto. L’esperienza è stata spesso intensa, ma è servita a raggiungere un grado di consapevolezza superiore rispetto a quello originario di Monica. “Adesso so se mi piace o se non mi piace e so spiegare anche il perché!”.
Il secondo caso è quello di Lilli (nome di fantasia), una studentessa di vent’anni, sottopeso e con una evidente e intensa ansia riguardo al suo problema: alimentarsi poco, male e spesso in maniera affatto serena. Lilli da bambina ha subito diversi interventi chirurgici addominali per patologie non gravi e risolte ma che hanno lasciato una notevole traccia traumatica nella sua cognizione dell’atto alimentare. Le sue paure, manifestate immediatamente al primo colloquio, mi hanno convinto a coinvolgere nel percorso di riabilitazione nutrizionale la figura della pedagogista clinica. Il percorso ha richiesto un supporto intensivo da parte di questa professionista che ha iniziato a lavorare sulle emozioni e sulla gestione delle molte paure di Lilli (paura di vomitare, paura di provare dolore all’addome, paura di non essersi alimentata a sufficienza, ecc). Questo lavoro preliminare, che continua ad affiancarmi e a supportarmi, mi ha permesso di iniziare a lavorare su un piano alimentare piuttosto elastico e generico che, via via, diventa sempre più personalizzato. Dopo i primi incontri, Lilli comincia a prendere peso ed esprimersi con toni più sereni rispetto ai suoi pasti e ai momenti che li seguono.
In questo caso, a differenza del primo, l’avversione è molto generica e aspecifica, connotata da una maggiore consapevolezza sugli alimenti, sul loro sapore e la loro consistenza. Riverbera, invece, nelle scelte estremamente prudenti di Lilli, la paura delle percezioni fisiche che seguono o possono seguire il pasto. Un attenta e delicata analisi di queste sensazioni/percezioni/emozioni sta costruendo davanti alla ragazza una strada lineare che possa condurla alla razionalizzazione di tutto quello che un pasto, dalla masticazione alla digestione, provoca fisiologicamente dentro il suo corpo.

Due percorsi diversi, dunque, con qualche punto in comune, che mettono in risalto quanto le esperienze pregresse (più o meno ricordate e accettate) possano influenzare il percorso di acquisizione delle abilità alimentari. Un’altra considerazione che faccio spesso durante gli incontri nel mio studio è che il disagio intorno al cibo, come sempre, può contaminare altri aspetti della vita quotidiana, innescando nel caso migliore semplici fobie, nel caso peggiore paure e ansie intensissime. Importantissimo e imprescindibile, quindi, considerare l’eventualità di un lavoro di squadra!
Il fine è comune a entrambi i percorsi (che sono ancora entrambi in fieri): evitare che questi disturbi cronicizzino e inficino pesantemente le scelte abituali, influenzando negativamente non solo l’aspetto nutrizionale, ma anche e soprattutto quello conviviale e sociale.

 

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Sulla neofobia e sull’avversione alimentare nei bambini puoi leggere i seguenti articoli:
Neofobie e nutrizione pediatrica
Strumenti di nutrizione pediatrica
Se non mangio mi vuoi bene?

 

Il supporto nutrizionale nelle malattie autoimmini

Un caso di obesità e Artrite Psoriasica.

Fig.1 IMC

Fig.2 Peso

Come già accennato in un articolo precedente, l’alimentazione svolge un ruolo fondamentale nel trattamento delle patologie autoimmuni. Queste patologie sono caratterizzate dall’aggressione dell’organismo da parte del proprio sistema immunitario. Esso, quindi, invece di tollerare i tessuti e gli organi del corpo, li attacca come se fossero estranei e tende a limitarne la funzionalità, fino a renderli completamente inattivi. Si tratta di patologie croniche, su base infiammatoria, più e meno gravi, spesso con andamento altalenante e recidivante. Ne ricordiamo alcune: artrite reumatoide, morbo di Chron, colite ulcerosa, sclerosi multipla, diabete tipo 1, sclerodermia.
L’Artrite Psoriasica (AP) è una malattia reumatica infiammatoria cronica associata a psoriasi. In oltre il 75% dei casi l’insorgenza della psoriasi precede quella dell’artrite. In un paziente con psoriasi il rischio di sviluppare AP è maggiore se ha familiarità per questa malattia, se la psoriasi è estesa e localizzata anche alle unghie o se è presente un particolare antigene (B27 o B7) nel suo sistema HLA (Human Leukocyte Antigens, cioè sistema dell’antigene leucocitario umano, ovvero sistema maggiore di istocompatibilità).
Qual è il ruolo dell’alimentazione nel trattamento di questa malattia? La dieta mediterranea con la sua ricchezza in cereali integrali, ortaggi e frutta stagionali, legumi e la sua povertà in carni fresche e conservate, e l’attività fisica, moderata ma quotidiana, hanno sicuramente un’influenza molto positiva sullo stato infiammatorio dei pazienti affetti da AP. La cospicua presenza di sostanze nutraceutiche ad alto potere antiossidante e antinfiammatorio è in grado di ridurre il dolore, la rigidità articolare e l’attività della malattia. E’ stato visto che la dieta vegetariana, priva o basso tenore di glutine, ha anch’essa un effetto positivo su questa categoria di pazienti. E che un’integrazione accurata e personalizzata ne amplifica ancora di più i benefici. Un fattore molto importante è il controllo del peso corporeo: la perdita dei chili in eccesso garantisce un netto miglioramento della sintomatologia dolorosa e permette una maggiore mobilità ed elasticità. Molto importante evitare il “fai da te” ed affidarsi a chi è in grado di personalizzare il piano alimentare e di fornire strumenti corretti per una autogestione a lungo termine. E’ bene ricordare, infatti, che ogni individuo, che sia ammalato o in perfetta salute, è un organismo a sé, con caratteristiche e peculiarità del tutto originali e personali che la complessità che lo contraddistingue merita attenzione, competenza e rispetto (vedi Si fa presto a dire dieta!).
Il caso.
Con piacere condivido con chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui i risultati ottenuti in una mia paziente di  42  anni, ammalata di AP (giunta alla mia attenzione dopo diagnosi dello specialista) che, oltre a intraprendere una regolare e moderata attività fisica (camminate all’aperto per circa 40-60 minuti al giorno), ha adottato una dieta pesco-vegetariana priva di glutine e caseina. Inoltre, è stata integrata con vitamina D (come da prescrizione medica) e con prebiotici e probiotici adeguati al mantenimento della salute del microbiota intestinale. Da un Indice di Massa Corporea (IMC) iniziale di 35,3 (obesità di classe 2) a giugno di quest’anno, la signora è giunta ad ottobre al valore di 30,1 (Fig.1), perdendo, fino a questo momento, 13,7 Kg (Fig.2). La perdita continua ma molto graduale di peso le ha permesso di migliorare e allungare le sue camminate quotidiane con un beneficio sia per il corpo che per l’umore. I sintomi, sia articolari che dermatologici, si sono attenuati molto, migliorando la qualità del sonno e della vita in generale. La strada da fare è ancora parecchia, ma il netto miglioramento della sintomatologia infonde coraggio e fiducia nel percorso che, comprendendo adeguamenti continui del piano alimentare a seconda delle esigenze e delle preferenze della signora, viene ben tollerato ed accolto.

(Immagini dell’autrice)

Per approfondire
1) http://www.reumatologia.it/linee-guida-sir.asp
2)http://www.regione.toscana.it/documents/10180/320308/Reumatologia.+Linee+guida/4903da2e-345a-4479-ab93-5c2a0e31385e?
3) https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27994480

 

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Neofobie e nutrizione pediatrica

La neofobia è letteralmente la “paura del nuovo” che caratterizza quella fase particolare della crescita in cui il bambino piccolo abbandona il seno materno per iniziare ad alimentarsi con cibi solidi e semi-solidi di consistenze e tessiture diverse (dal divezzamento in poi). Si tratta, quindi, di  una fase fisiologica durante la quale il piccolo non vuole, e non può, rinunciare alle sue certezze che lo rendono più forte e lo fanno sentire al sicuro. Si tratta di un meccanismo innato e collaudato per milioni di anni, che in passato probabilmente ha permesso la sopravvivenza nei primissimi anni di vita. Quando però la neofobia si protrae troppo a lungo, inficiando le normali abitudini alimentari, limitando oltremodo le scelte e mettendo a rischio la crescita, diventa degna di attenzione e richiede l’aiuto di un professionista. Oggi, purtroppo, le neofobie riguardano oltre il 20% dei bambini e si prolungano anche fin oltre l’adolescenza, creando problemi nei momenti di socializzazione e condivisione dei pasti e predisponendo le ragazze e i ragazzi a carenze nutrizionali e comportamenti alimentari inadeguati. Il ruolo della famiglia è fondamentale nel fornire al bambino gli strumenti per superare fisiologicamente le neofobie, dato che il rifiuto di un alimento è inversamente proporzionale al numero delle offerte dello stesso. Un lungo e paziente lavoro, fatto di tentativi e buon esempio, può dare ottimi risultati. L’esposizione precoce e costante a una grande varietà di sapori è, dunque, la strada maestra  per promuovere nel bambino il desiderio dell’assaggio, soprattutto dei cibi generalmente meno graditi, quali frutta e verdura.
Ma cosa può fare un nutrizionista per risolvere neofobie croniche che rischiano di ostacolare il normale sviluppo di un bambino?
Nella mia esperienza parto sempre dall’assunto che conoscere un dato oggetto, una data sensazione, ci mette in condizione di non averne paura e di allentare le corde della diffidenza. Nel caso di uno o più cibi è l’onnivoro che è in noi, diffidente per natura, a dettare legge e farci allontanare da quel particolare alimento poco noto e quindi poco rassicurante.
Ginevra (nome di fantasia) è una bella bambina di sette anni, sveglia, intuitiva, sensibile e creativa. E’ arrivata alla mia attenzione all’inizio di quest’anno a causa di un’alimentazione estremamente selettiva che cominciava a preoccupare i genitori. A febbraio, Ginevra mangiava solo pasta in bianco, latte con un solo tipo di frollini, prosciutto cotto e pochissimo altro. Il percorso con Ginevra (rigorosamente ludico e creativo) è stato accompagnato da uno educativo in parallelo con i genitori, soprattutto con la mamma, che ha imparato come reagire ai rifiuti della bimba e come proporre alcune novità senza creare grandi aspettative né drammatizzare i fallimenti. Inoltre, agli adulti della famiglia (compresa la nonna) e alla sorellina più grande sono stati dati strumenti comportamentali per gratificare la piccola Ginevra ad ogni nuovo assaggio e supportarla ad ogni défaillance, senza giudicarla né mortificarla.

17992024_10213099902761709_3915484817008143764_nAd esser sincera, credo che il lavoro sulle neofobie sia fra i più gratificanti per un nutrizionista pediatrico, per l’impegno dei bambini che si lasciano coinvolgere con entusiasmo e fiducia e per la gratificazione dei risultati ottenuti. Con Ginevra abbiamo iniziato dalla piramide degli assaggi: ad ogni nuovo assaggio la sua piramide personale si andava riempiendo. La lista dei gusti si è rimpinguata di settimana in settimana e quella dei disgusti si è impoverita 21616503_10214591878420168_3970331928821381289_nprogressivamente. Ma come ha fatto Ginevra a diventare un’onnivora meno diffidente? Si è lasciata guidare verso la conoscenza degli alimenti che le erano meno familiari e che spesso si era rifiutata persino di annusare. Abbiamo osservato il cibo da molti aspetti e molte prospettive diver20108671_10214027255544949_8049059939372029421_nse: il suo ruolo nelle fiabe, il significato di alcuni alimenti tradizionali, il sapore delle pietanze che prepara la nonna, il ruolo del cibo per il nostro corpo, il gusto col quale facciamo la conoscenza dei vari sapori, l’importanza di masticare, gustare e riconoscere i vari componenti di un piatto e infine, tappa attualmente in atto, la provenienza e la produzione del cibo. Ginevra, ogni giorno e sempre con maggiore gratificazione, ha imparato a mangiare a tavola con la sua famiglia: 20170926_183048in fondo sta semplicemente ricostruendo la sua personale “cultura del cibo” che, chissà perché e chissà come (ma a questo punto importa poco!), si era sbiadita e un po’ persa. Ritrovandola, ha recuperato una parte importante di sé che le permetterà di avere in futuro un rapporto sereno, equilibrato e appagante con il proprio cibo.

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