Educazione alimentare e distretti rurali – il mio contributo

Educazione Alimentare e Distretto Rurale Val di Cecina

In un’epoca come la nostra, in cui è necessario e urgente fare i conti con il consumo di risorse limitate, l’idea di diffondere le buone pratiche alimentari è alla base di un percorso formativo più ampio e complesso che ponga l’attenzione sulla convivenza civile, la valorizzazione e il rispetto delle risorse ambientali e l’educazione agli stili di vita sani. I tre concetti (convivenza civile, rispetto ambientale e salute) non sono distanti tra loro, ma, al contrario, fanno parte di una stessa, ineludibile, urgente responsabilità cui tutti noi siamo chiamati: la sostenibilità. Pertanto, se con-vivere significa vivere insieme ad altri esseri viventi e “vivere in modo sano” significa rispettare i propri ritmi, il proprio corpo e i propri bisogni primari, il concetto di “sostenibilità” si incastona perfettamente fra i primi due, segnando, in modo inequivocabile, il passo del nostro tempo.

Nel contesto del Distretto Rurale della Val di Cecina, a fronte del suo innegabile valore di messa a sistema di valori, risorse e competenze, l’Educazione Alimentare assume un ruolo fondamentale, come prezioso strumento preventivo – individuale e di comunità – e ambientale. A condizione, però, che essa sia rigorosamente esperienziale, cioè che apporti all’esperienza del cittadino nuovi strumenti e nuove competenze da inserire in dinamiche circolari virtuose, cioè con ricadute positive su tutto il territorio. Il cibo, del resto, è l’importante luogo simbolico che perdura per tutta la vita e in cui convergono oltre che vissuti, esperienze ed emozioni anche la rappresentazione della terra da cui proviene, della storia che l’ha connotata, delle pratiche agricole che la rappresentano e la caratterizzano.

Cosa si intende per Educazione Alimentare Esperienziale?

L’esperienza alimentare di ognuno di noi passa attraverso la sensorialità e conduce alla conoscenza. Mangiamo volentieri cibi che conosciamo, di cui abbiamo sperimentato l’odore, il colore e la forma, la consistenza e la struttura. Di cui sappiamo la storia, l’utilizzo in cucina, l’effetto sul nostro corpo. Siamo più diffidenti, invece, nei confronti di ciò che non abbiamo mai sperimentato. È noto da tempo che l’esposizione a una grande varietà di sapori, colori e forme e il racconto (storico e scientifico) di ciò che li ha prodotti rappresenta la strada maestra  per promuovere nell’individuo una maggiore varietà alimentare e, in definitiva, un’alimentazione più sana e più vicina ai suoi bisogni organici. In questo contesto si fa strada un’altra considerazione importante: se da una parte l’esperienza sensoriale alimentare può migliorare il rapporto degli individui con il cibo, dall’altra emerge in modo sempre più convincente l’utilità di un percorso di ri-costruzione del legame fra chi produce e chi acquista gli alimenti. L’agricoltura è, per definizione, “locale” e rappresenta storicamente l’ambito in cui gruppi di persone diventano comunità. Una comunità in cui colture e allevamenti comuni a un territorio si tramandano per consuetudine familiare o comunitaria, si caratterizzano per il passaggio da una generazione all’altra. Proprio da questa consegna nasce la parola “tradizione” (da tradere: trans – dare). I prodotti di questa agricoltura legata ai territori, caratterizzati da biodiversità e varietà, da un nome, una storia di relazioni, equilibri e caratteristiche noti e condivisi nel contesto locale, rappresentano eredità e patrimonio collettivo per le comunità che ne preservano la memoria e ne tramandano la preparazione.

In questa prospettiva, l’Educazione Alimentare rappresenta un efficace collante fra le varie attività del Distretto Rurale Val di Cecina e il motore propulsore di una nuova coscienza individuale e collettiva.

Articolo pubblicato su Dimensione Agricoltura di marzo 2020

 

 

#iomiadatto

#Iomiadatto un nuovo canale You tube che nasce con questa idea: persone vicine ad altre persone perché la vicinanza è un concetto che va oltre il solo aspetto fisico.

In questa situazione ci siamo tutti, e tutti quanti detestiamo il sentirci in gabbia ma possiamo comunicare: molti professionisti si sono uniti in questo luogo virtuale per offrire consigli, indicazioni e tecniche per trascorrere al meglio il tempo che passiamo a casa.

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Il pasto della discordia

Da diversi anni mi occupo di ristorazione scolastica, cioè strutturo piani alimentari, detti inadeguatamente menù, per le varie fasce d’età scolare. Si tratta di piani settimanali di cinque giorni che prevedono la composizione equilibrata e variata del pranzo, a volte anche degli spuntini, con una rotazione su quattro settimane per due stagioni, quella primaverile – estiva e quella autunnale-invernale. È un lavoro complesso che richiede competenze e concentrazione, ma soprattutto tanta pazienza. Oltre allo studio di grammature, calorie e copertura dei fabbisogni, chi si occupa di ristorazione scolastica deve fare i conti con alcuni fattori il cui effetto spesso rallenta le procedure e mette a dura prova il professionista. Se da un lato, infatti, c’è l’attenzione alla qualità delle materie prime, alla copertura dei fabbisogni, all’effetto salutare e preventivo del pasto, dall’altro non si può prescindere dal “gradimento” da parte dei piccoli utenti. Accade molto spesso che un piano fatto a regola d’arte, seguendo pedissequamente le linee guida ministeriali e regionali, con la dovuta attenzione all’impatto sulla glicemia, ai prodotti di filiera corta e al biologico non risulti in linea con il gusto dei bambini. Negli anni ho registrato un peggioramento di questo fenomeno e frequenti richieste di modificare il piano originariamente approvato dalla ASL per andare incontro alle richieste delle famiglie legittimamente preoccupate del digiuno, più o meno totale, dei loro bambini.
Mi sono chiesta spesso quale sia la strada maestra per risolvere il problema e ogni volta ho concluso che non ne può esistere una sola. Ma siccome per risolvere una questione da qualche parte bisogna pur cominciare, se dipendesse da me, comincerei da un canale diretto con le famiglie per valutare le problematiche che frustrano il buon esito di un pasto fuori casa. Partirei dal chiarire la natura dell’inciampo che spesso risiede nell’omologazione dei gusti e nelle cattive abitudini quotidiane dettate dalla fretta e dalla mancanza di consapevolezza. Partirei dalla lista della spesa e dalla ristrutturazione di piccole regole senza le quali adattarsi al pasto a scuola diventa difficile; dall’informazione e dalla pianificazione dei pasti in famiglia, dalla ri-valorizzazione di certe buone pratiche che un tempo erano assodate e che oggi facciamo molta fatica a seguire; dalla necessità di adattare la vita odierna, più veloce e frenetica di prima, a nuove strategie che consentano di mangiare con gusto, ma in modo sano. Per un’operazione del genere è necessario poter fare affidamento su professionalità adeguate che unite in rete garantiscano un lavoro capillare ed efficace sul territorio.
È in atto da poco un’interessante sperimentazione in Val di Cecina, dove l’educazione alimentare è stata posta al centro dei progetti del Distretto Rurale, riconosciuto come Distretto del Cibo dal Ministero dell’Agricoltura. Una realtà di questo tipo ha tutte le carte in regola per guidare il processo di miglioramento della ristorazione scolastica.

 

 

Per Dimensione Agricoltura di marzo 2020

 

 

COVID-19 – Nuove modalità di supporto nutrizionale

💥A tutti i miei pazienti💥
in riferimento alle misure contenitive del contagio da Covid-19 richieste dal Ministero della Salute, mi trovo nella condizione di riorganizzare le modalità di supporto per le prossime settimane. Pertanto, invito le persone che hanno già iniziato un percorso nutrizionale nel mio studio a contattarmi via mail (giusi.durso@libero.it) o telefono (3470912780) in modo che possa fornire loro tutte le informazioni relative alle nuove modalità di supporto e confronto online.
Per i percorsi ex novo è possibile prendere un appuntamento con le consuete modalità, per una data successiva al 3 aprile.
Grazie per la collaborazione.

Assessing the cytotoxic/genotoxic activity and estrogenic/antiestrogenic potential of essential oils from seven aromatic plants

Alternative therapies with new drugs are needed because the clinical efficacy of conventional chemotherapy is often reduced due to collateral effects. Many natural products of plant origin, including essential oils (EOs) have proved to be effective in prevention and therapy of several diseases such as bacterial infections, chronic diseases and cancer. In the present study, we investigated some biological activities of EOs extracted from seven plants: Rosmarinus officinalis, Salvia somalensis, Thymus vulgaris, Achillea millefolium, Helichrysum italicum, Pistacia len- tiscus, Myrtus communis. In particular, we evaluated the cytotoxic and genotoxic activity using the cytochalasin B- blocked micronucleus assay (CBMN) in human peripheral lymphocytes, cytotoxicity in a human ovarian car- cinoma cell line (A2780), and the estrogenic/antiestrogenic activity using a yeast strain expressing the human estrogen receptor alpha (ERα). Our results show that most EOs can have a strong cytotoxic and a slight/mod- erate genotoxic effect on human peripheral lymphocytes, and also a pronounced cytotoxic effect in A2780 cells. In addition, some EOs seem to have a marked antiestrogenic activity that could potentially perturb the estrogen- dependent tissues.

La dieta perfetta

L’attenzione al peso corporeo e alla salute è una buona pratica che permette di star bene con noi stessi e di prevenire gran parte delle patologie. Ma come si fa a perdere il peso in eccesso? Qual è la dieta perfetta? E, soprattutto, esiste una dieta perfetta? Ebbene, se con l’aggettivo perfetta intendiamo adatta a tutti ed efficace sempre e su ognuno di noi, la risposta è no, non esiste. Esiste invece la dieta (dal greco diaita, cioè stile di vita) che possiamo affrontare, sostenere e mantenere nel tempo. Cioè lo stile di vita, compreso quello alimentare, che viene incontro ai nostri bisogni fisici e psicologici; quello che, pur facendoci perdere il peso in eccesso, ci fa stare bene e in equilibrio con le nostre emozioni e con il nostro corpo.

Tuttavia, non è facile come sembra. Le buone pratiche alimentari si acquisiscono modificando comportamenti spesso radicati in profondità. Sostituire le vecchie abitudini con quelle nuove richiede molta motivazione. Le nuove pratiche devono risultare quindi sostenibili e, se possibile, gratificanti per l’individuo che si appresta a fare un percorso di recupero del peso salutare. Per questo motivo non è necessario e nemmeno consigliabile sottoporsi a estenuanti percorsi restrittivi, pieni di rinunce e frustrazioni, né delegare il proprio dimagrimento a fantasiosi e improbabili sistemi promossi in rete o a miracolose pozioni che sostituiscono i pasti. In assenza di patologie, infatti, il percorso migliore è quello che rende pro-attivi e consapevoli e che offre all’individuo la possibilità di acquisire nuovi e migliori strumenti di scelta e gestione del proprio cibo. Imparare a mangiare bene, a muoversi e a prendersi cura di sé è importante e si può imparare: ognuno con i propri tempi, con le proprie abilità e propensioni. A condizione, ovviamente, di volersi bene.

Articolo pubblicato su Dimensione Agricoltura – febbraio 2020

 

Riabilitazione nutrizionale nei disturbi alimentari infantili: chi detta il ritmo di marcia?

Quando un bambino piccolo smette di mangiare o riduce drasticamente la gamma di alimenti quotidiani, i genitori giustamente si preoccupano della sua crescita e della sua salute. Nei casi in cui non si tratti di una neofobia o di un disagio transitori, è necessario approfondire il fenomeno rivolgendosi a professionisti in grado di farlo.
Nel mio studio arrivano spesso bambini con scarso appetito e con alimentazione selettiva, inviati dai pediatri o per iniziativa spontanea dei genitori. Come altre volte ho precisato, per fortuna non si tratta sempre di disturbi alimentari e spesso il problema si risolve in modo spontaneo e rapido. Quando invece il disagio persiste, è necessario ricorrere alla riabilitazione nutrizionale che ha fondamentalmente due scopi: 1) recuperare un rapporto sereno con il cibo; 2) ripristinare un’alimentazione adeguata che garantisca la copertura dei fabbisogni nutrizionali e la crescita in buona salute. Per procedere sono necessari un’attenta e profonda anamnesi nutrizionale e clinica, la valutazione dei dati antropometrici attuali e pregressi del bambino, del rischio nutrizionale, del comportamento alimentare del piccolo e di tutti gli altri componenti della famiglia. A volte diventa imprescindibile la consultazione di altri professionisti (logopedista, otorino, neuropsichiatra infantile, psicoterapeuta, terapista occupazionale). Il percorso può non rivelarsi lineare, rapido e semplice come tutti ci auguriamo. E, sembra ovvio ma in pratica non lo è quasi mai, a dettare il ritmo di marcia è proprio il bambino, con le sue risposte, i suoi progressivi adattamenti, le sue paure e le sue naturali abilità.
Cosciente del livello di frustrazione e preoccupazione dei genitori, ho l’abitudine di comunicare subito, al primo colloquio, che la complessità e la durata di questi percorsi sono imprevedibili a priori. E’ necessario comprendere infatti che, quando per un bambino piccolo il cibo diventa un nemico da cui difendersi e motivo di disagio profondo, il percorso di riabilitazione nutrizionale non può limitarsi a una mera prescrizione dietetica e, cosa importantissima, deve tener conto dell’individualità: ogni bambino ha il suo passato, le sue esperienze, il suo stato di salute, la sua genetica, i suoi genitori, le sue relazioni. A volte dico alle mamme e ai papà che bisogna andare a riprendere il loro bambino là dove ha interrotto la sua relazione pacifica e naturale con il cibo: tornare indietro, anche fino allo svezzamento, o ancora prima, alle primissime esperienze sensoriali, per ricostruire, rassicurare, lasciarlo sperimentare, manipolare, gustare. Fino a raggiungere quel grado di esperienza, fiducia e gratificazione che ogni essere umano costruisce intorno all’alimentazione durante la propria crescita.
Non è facile spiegare a priori in cosa consiste un percorso del genere, per il semplice motivo che non ne esiste uno uguale all’altro. Ci sono bambini che necessitano di innumerevoli assaggi prima di fidarsi di un certo sapore o dell’aspetto di quel dato alimento. Altri, invece, hanno difficoltà con le tessiture dei vari cibi: per cui si procede con la manipolazione e l’integrazione dei vari sensi che concorrono a formare il gusto e l’accettazione. Pertanto, a ogni bambino il suo percorso. Così come a ogni genitore la sua “cassetta degli attrezzi” di educazione alimentare con la quale imparare a gestire i momenti difficili e a procedere per piccoli passi e obiettivi raggiungibili. Imprescindibile, la fiducia nelle abilità del piccolo che, con i suoi tempi e i suoi modi, troverà la strada per svilupparne di nuove e più complete.
Diventare grandi è un’avventura imprevedibile!

 

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Le mani in pasta
Corpo, cibo e affetti

 

 

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Di vendemmie e frangiture

Dal punto di vista alimentare, l’autunno è una stagione ricchissima. Basti pensare alla grande varietà di ortaggi e frutti. Ma l’autunno è atteso soprattutto per la produzione del vino dell’olio. Su questi due preziosi prodotti della nostra agricoltura mediterranea si è detto molto, anche in questa rubrica. Questa volta quindi vorrei parlarvi del loro valore storico, simbolico e culturale. Percorrere la storia del vino e dell’olio significa conoscere la storia dell’umanità e delle varie civiltà che si sono succedute. I Greci esportavano la vite diffondendola nelle terre colonizzate. I Romani, invece, esportavano il vino, relazionandosi in un modo diverso con le popolazioni sottomesse. Con la caduta dell’impero romano e l’avvento delle invasioni barbariche, l’uomo smise di coltivare la vite, a causa delle devastazioni da parte delle popolazioni del nord. Niente viti, dunque, niente vino!
Ma il vino italiano sopravvisse ugualmente e in modo clandestino, grazie al suo significato religioso di cui nei primi secoli del medioevo l’uomo non volle fare a meno. I contadini, infatti, continuarono a mettere a dimora le viti in luoghi appartati e sicuri.
Ma i barbari non portarono solo devastazione: i Romani impararono dai Galli che conservarlo in panciuti recipienti di legno ne migliorava il sapore.
Poi c’è l’olio, che trova anch’esso nel bacino del Mediterraneo la sua culla. La pianta selvatica di ulivo era poco più che un arbusto. Con l’intervento dell’uomo divenne un albero e produsse stabilmente le olive. L’olio divenne sacro sin da subito. I Re di Israele venivano consacrati con l’olio. Di seguito, fu caricato di simboli importanti legati al cristianesimo e ai sacramenti. L’ulivo fu utilizzato dai Greci come simbolo di vittoria alle olimpiadi e i Romani ne diffusero la coltivazione nelle terre dell’impero. Come la vite, anche l’ulivo rischiò l’estinzione durante le invasioni barbariche. Fu salvato dai monaci che continuarono a coltivarlo negli orti dei monasteri. Portare a tavola vino e olio fa dunque parte delle nostre radici e delle nostre tradizioni. Per questo, oltre che per il loro valore nutrizionale e gastronomico, sono prodotti da tutelare, migliorare e diffondere.

Per D.A. novembre 2019

 

Pubblicato il manuale universitario Alimentazione, Nutrizione e Salute

E’ appena stato pubblicato il manuale universitario Alimentazione, Nutrizione e Salute, curato dai professori Luca Debellis e Alessandro Poli, contenente una sezione  relativa alla Ristorazione Collettiva di cui sono autrice. Il testo si può prenotare on-line con uno sconto promozionale.

 

 

A tavola per l’ambiente

È appena trascorso il Friday For Future, lo sciopero dei giovani che sfilano nelle città d’Italia e di altri Paesi del mondo per tenere alta l’attenzione sul rapido aumento delle temperature globali. Chiedono che la politica se ne occupi con scelte più attente e azioni più decise. Sulla giovane attivista svedese che ha il merito di aver promosso il movimento, Greta Thunberg, si è detto troppo e a sproposito, spostando l’attenzione dal vero focus della manifestazione e cioè la questione climatica. Al netto di tutte le controversie e le opinioni che ognuno si è fatto, attuare comportamenti a basso impatto ambientale è indubbiamente affare di tutti. Ognuno di noi può fare tanto e da subito, cominciando ad esempio dal proprio stile alimentare. La riduzione del consumo di carne e sicuramente una delle raccomandazioni principali, a causa dell’alto impatto ambientale degli allevamenti intensivi: chi la ama non deve necessariamente escluderla dalla propria dieta, ma sceglierla con attenzione e mangiarla con una frequenza minore (due volte a settimana per un adulto sano è più che sufficiente). Sceglietela da allevamenti non intensivi, che non fanno utilizzo massivo di antibiotici e altri farmaci, che alimentano gli animali in modo congruo e rispettoso della loro salute e dell’ambiente. Quando andiamo a fare la spesa, evitiamo incarti e contenitori di plastica, prediligendo alimenti sfusi. I rifiuti vanno riciclati o inceneriti, si tratta di processi che prevedono alti costi ambientali. Non facciamo scorte alimentari, eviteremo gli sprechi, ridurremo i rifiuti. Quando è possibile cerchiamo di raggiungere i punti vendita senza l’uso dell’automobile, camminare fa bene a tutti. A casa, riduciamo più possibile il consumo d’acqua: riutilizziamo le acque di cottura delle verdure per insaporire altre pietanze, beviamo acqua di fonte o contenuta in bottiglie di vetro a rendere. Cominciamo da qui. Per approfondire non mancano certo i siti su cui informarsi (www.wwf.it, www.saluet.gov.it, www.fao.org). La cosa più importante è attivarsi e farlo da subito. Credo che tutti noi lo dobbiamo ai nostri ragazzi, a noi stessi e al pianeta che ci ospita.

 

Su Dimensione Agricoltura