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Modello alimentare mediterraneo, doppiamente valido, ma purtroppo ormai scomparso!

 

 

 

 

 

 

Che il modello nutrizionale mediterraneo sia perfettamente coerente con le indicazioni nutrizionali delle linee guida prodotte dalle più importanti ed autorevoli società ed istituzioni scientifiche del nostro tempo è cosa nota. Esso, lo ricordiamo, si basa su un elevato consumo di verdura, legumi, frutta e frutta secca, olio d’oliva e cereali (un tempo, quasi tutti integrali); un moderato consumo di pesce e latticini; un limitato consumo di carne.
E’ nella cultura greca che la dieta mediterranea affonda le sue radici, sviluppatesi, poi attraverso i secoli, come esigenza di parsimonia durante ere storiche poverissime che hanno attinto regole e spunti di sopravvivenza dalla cultura contadina, soprattutto del nostro meridione.
Le abitudini alimentari dei contadini del sud si diffusero durante il Medioevo e, tramandandosi di secolo in secolo, giunsero fino alla seconda guerra mondiale, suggestionando e incuriosendo Ancel Keys, medico americano, che rimase  colpito dalle abitudini alimentari della popolazione del Cilento, conosciuta una volta sbarcato a Paestum al seguito della quinta Armata nel 1944. Egli, così, divenne il principale teorico della dieta mediterranea, indicandola e definendola come il modello nutrizionale preventivo nei confronti di malattie cardiovascolari e metaboliche. Dagli studi di Keys ad oggi, moltissimi studiosi hanno confermato l’importante correlazione fra dieta mediterranea, buona salute e longevità.
Uno degli studi più recenti più importanti è quello condotto da  EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition); si tratta del più vasto studio di popolazione condotto sui rapporti tra dieta e salute. I risultati sono chiari: frutta e verdura riducono la mortalità negli anziani, mentre la mortalità aumenta in chi consuma più grassi saturi (ovvero quelli di origine animale; ricordiamo però che anche gli oli tropicali pur essendo vegetali  sono ricchi di grassi saturi). La “mediterraneità” della dieta è stata giudicata individuando gruppi di alimenti “mediterranei” (vegetali, legumi, frutta, cereali e pesce) e comportamenti mediterranei, come consumo maggiore di acidi grassi insaturi (mono e poliinsaturi) rispetto ai saturi. E’ stato visto che più un modello nutrizionale delle popolazioni campione si avvicina al mediterraneo più è alta la percentuale di longevità.

Oggi, però, è importante ed urgente valutare un modello nutrizionale anche rispetto alla sua sostenibilità.  Sono moltissimi gli studi relativi all’impatto ambientale di ogni alimento e del modo in cui esso viene consumato. Dai vari studi emerge l’importanza della valutazione di particolari indicatori ambientali, quali l’emissione di gas serra (Corbon Footprint) l’impronta idrica (Water Footprint), l’impronta ecologica (Ecological Footprint).
Ebbene, anche da questo punto di vista, le abitudini alimentari del centro sud Italia degli anni ’50 risultano virtuose. Difatti, frutta, ortaggi e cereali,  se locali e stagionali,  hanno un impatto ecologico molto minore della carne. In particolare, la produzione di carni bovine, materia prima essenziale dei piatti dei fast food,  ha  un enorme impatto ambientale; basti pensare che ci vogliono 100 grammi di proteine vegetali per ottenere 15 grammi di proteine animali da una mucca o da un maiale. Tempo fa, su Il Manifesto, Francesca Colasanti scriveva “…un mondo popolato da un miliardo di bovini, un’immensa mandria che occupa il 24 per cento della superficie della terra e che consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone: la specie umana, se vuole salvare se stessa e il pianeta che la ospita, è destinata ad andare “oltre la carne”.
Sulla sostenibilità del consumo di carne vi sono in letteratura molti studi e molti saggi su cui potersi documentare, a partire da “Ecocidio”, un testo veramente incisivo, di Jeremy Rifkin pubblicato nel 1992.

Siamo in Italia, culla della dieta mediterranea vi direte, che problema c’è, allora? C’è più di un problema e lo sappiamo tutti. Ma per non fare elenchi estenuanti mi concentrerò su uno, quello di fondo.
Non stupitevi, a questo punto, se asserisco che la dieta mediterranea, così come Keys l’aveva esaltata nei suoi studi dagli anni ’50 in poi, non esiste più. E’ stata soppiantata da un’accozzaglia di scelte alimentari, frutto assai poco felice, della globalizzazione dei modelli nutrizionali d’oltre oceano. La dieta mediterranea è rimasta nella nostra testa, come una bella immagine del passato, di cui andiamo ipocritamente fieri.
Negli ultimi decenni nel nostro Paese si sono verificati cambiamenti drastici nello stile dei consumi alimentari che hanno aperto la strada al consumo di prodotti industriali, nutrizionalmente poveri e molto adulterati. Ma anche gli alimenti di base del nostro modello alimentare d’origine sono cambiati: pensiamo alle farine, all’olio d’oliva, al vino. Ogni giorno, sui quotidiani leggiamo di adulterazioni e truffe riguardo a questi ed altri componenti della dieta.
E’ difficile, dunque, pensare di stare nel posto giusto al momento giusto, se non facciamo qualcosa per cambiare questa tendenza. Non si tratta, in fondo, di inventarci qualcosa di nuovo, ma di riscoprire le nostre origini e di valorizzarle. Siamo ancora un Paese “geograficamente” adeguato al modello alimentare mediterraneo, a patto di essere disposti al cambiamento culturale, senza il quale nessuna rivoluzione, tanto meno quella alimentare, sarà mai possibile.

Per approfondire

  • Martínez-González MA, de la Fuente-Arrillaga C, Nunez-Cordoba JM, Basterra-Gortari FJ, Beunza JJ, Vazquez Z, Benito S, Tortosa A, Bes-Rastrollo M. Adherence to Mediterranean diet and risk of developing diabetes: prospective cohort study. BMJ 2008; 336(7657):1348 -1351
  • Sofi F, Cesari F, Abbate R, Gensini GF, Casini A. Adherence to Mediterranean diet and health status: meta-analysis. BMJ 2008;11:337-344.
  • Dieta mediterranea e cardioprotezione. Raffaele De Caterina. I quaderni del CNR. Primula Editrice.
  • Eating Planet 2012. BCFN. Edizioni Ambiente (da cui è tratta l’immagine della doppia piramide).

 

 

Prevenzione e comunicazione: discipline imperfette!

spuntino.jpgFare prevenzione, oggi, non va di moda. Gran parte del mondo “sanitario” è fortemente tesa alla cura. Basti pensare alla presenza ingombrante delle case farmaceutiche, di certa chirurgia, e in generale alla tecnologia utilizzata dalla medicina.

È rassicurante, certo, che per quasi tutte le più comuni patologie, oggi esista una terapia, un intervento, un trattamento altamente specializzato che possa arginare, e in molti casi, guarire una malattia.
Ma la prevenzione, disciplina assai lungimirante e preziosa, rimane ancora stretta a un angolo, come fosse poco degna di attenzione e considerazione.

Nessuno mai, si sa, ringrazierà quell’operatore che, con un intervento preventivo, è riuscito ad evitare un infarto. Mentre tutti saranno pronti ad applaudire l’ottimo e provvidenziale cardiologo che avrà salvato il paziente dall’infarto acuto.
Triste destino, insomma, quello di chi fa prevenzione. E ancora più triste di chi predica prevenzione a tavola, credetemi!

Tuttavia, credo che attraverso la buona informazione sia possibile fare arrivare alle persone la percezione corretta di ciò che fa un operatore di prevenzione e dell’utilità della sua professione. Uno dei problemi credo sia l’aggettivo che connota l’informazione: buona, pessima, fuorviante, corretta, infondata, adeguata, veritiera, ecc.

Troppo spesso, difatti, certa stampa sacrifica la verità, la meticolosa e corretta descrizione degli argomenti, allo scoop, al delirio della notizia a tutti i costi. E così, il danno apportato da certe diete iperproteiche passa in secondo piano, cedendo il passo alla notizia che le stesse diete hanno fatto perdere peso a questa o a quella star televisiva o ad un vanesio presidente del consiglio; oppure, l’annosa questione dei disturbi del comportamento alimentare, in aumento fra i giovanissimi, appare cosa secondaria di fronte allo scoop che una delle più note attrici di Hollywood ha sfilato sul red carpet mostrando in pubblico una magrezza assai sospetta.

Forse, rifletto, la divulgazione scientifica (perché di questo si tratta) in materia di prevenzione merita maggiore attenzione e competenza. Forse bisogna partire dal linguaggio degli stessi operatori, dal loro comportamento e dal loro ruolo. Chi rimane arroccato sulla sua cattedra o rinchiuso nel suo laboratorio di ricerca ha ben poche speranze di farsi comprendere dai non addetti ai lavori, giornalisti compresi. Chi si ostina ad usare un linguaggio tecnico per spiegare cose utili a tutti non ha alcuna possibilità di divulgare il suo sapere, anzi, rischia fortemente che questo ne esca deformato e, alla fine, poco aderente alla realtà e poco fruibile dai più.

Sapere e far sapere sono due cose ben diverse. Così come scrivere e comunicare. Si può sapere molto senza riuscire a trasmettere la propria competenza; si può scrivere benissimo senza riuscire a comunicare un bel niente.

Per tornare alla prevenzione, dunque, sebbene essa faccia poco scoop, sforziamoci di comunicare gli strumenti per praticarla in modo semplice e accessibile; e pretendiamo che sia riportata dai mezzi di informazione in modo corretto, aderente, coerente e mirato.
Così, forse, potremo sperare di leggere ancora da qualche parte uno slogan, caro a chi fa il mio lavoro, sparito da tempo da giornali e tv: “prevenire è meglio che curare”. Ve lo ricordate?

 

 

 

Sovrappeso e obesità infantile: quando iniziare la prevenzione

È frustrante registrare dagli organi di informazione e dai comunicati del Ministero della Salute che i bambini Italiani sono i più “grassottelli” d’Europa. Soprattutto alla luce del fatto che l’Italia è la culla della dieta mediterranea, il Paese che vanta la migliore tradizione alimentare, la terra in cui si produce il migliore olio extra vergine d’oliva del mondo. I dati sono gravi e scoraggianti: più di 1.115.000 bambini in Italia sono in sovrappeso e obesi, l’11% dei bambini non fa colazione, il 28% la fa in maniera non adeguata, l’82% fa uno spuntino troppo abbondante a metà mattina e il 23% dei genitori dichiara che i propri figli non consumano quotidianamente frutta e verdura. E ancora, solo 1 bambino su 10 fa attività fisica in modo adeguato per la sua età (almeno 1 ora al giorno), 1 bambino su 4 guarda la televisione per 4 ore o più al giorno, 1 bambino su 2 ha la televisione in camera.

Alla luce di dati così negativi e preoccupanti è assolutamente necessario puntare sulla prevenzione. Ma qual è il momento per attuarla in modo adeguato ed efficace? Molti studi dimostrano il ruolo di “programming che ha la nutrizione della madre in attesa nei confronti del metabolismo del feto. L’ipotesi più suggestiva e scientificamente supportata è quella dello studioso J.D.P. Barker, secondo la quale le alterazioni nella nutrizione e nell’equilibrio endocrino durante l’epoca fetale determinerebbero un adattamento dello sviluppo che modificherebbe in maniera permanente la struttura, la fisiologia e il metabolismo dell’individuo, predisponendolo ad alterazioni cardiovascolari, metaboliche ed endocrine in età adulta. Il processo attraverso cui uno stimolo o un danno verificatosi in periodi critici dello sviluppo determinerebbe effetti a lungo termine viene definito, appunto,  programming.

Che dire poi del ruolo dell’alimentazione nei primissimi anni di vita? Tutti sappiamo quanto sia importante l’allattamento materno, sia in termini di prevenzione che di accrescimento. La letteratura scientifica ci supporta anche riguardo al significato e alle conseguenze dell’eccessivo consumo di proteine, assunte ad esempio con molti latti artificiali o durante uno svezzamento inadeguato e precoce, nei primi mesi di vita; inoltre, ricerche recenti dimostrano che l’eccessivo consumo proteico nei primi 24 mesi di vita è legato alla tendenza al sovrappeso corporeo nella seconda infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta. Le basi biologiche del fenomeno sono a tutt’oggi oggetto di studio, ma tutti gli studiosi sono d’accordo nell’affermare che una sana alimentazione in gravidanza e allattamento sia la chiave per attuare una primissima importante prevenzione nei confronti del sovrappeso infantile. Di fondamentale importanza, quindi, informare le madri in attesa e in allattamento su come alimentare se stesse e il loro piccoli, rendendole “consumatrici alimentari” consapevoli e guidandole lungo il difficile ma quanto mai straordinario percorso della maternità.

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