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A Cartosio, la festa della frutta!

Con Emanuela Rosa-Clot ElenaRicci017 ElenaRicci018 ElenaRicci026 RicciElena_0118 RicciElena_0117 RicciElena_0120 RicciElena_0122 RicciElena_0126 RicciElena_0128 RicciElena_0131La presentazione di Ti racconto la terra, a Cartosio (Alessandria), in occasione della festa “Estate Fruttuosa” (8 agosto 2015) è stata un’esperienza bellissima. Un’occasione unica per conoscere un territorio ricco di storia, di saperi popolari e di bella gente.

Un grazie a:
l’mministrazione comunale (in particolare alla vicesindaco M.Teresa Zunino), ad Emanuela Rosa-Clot (direttrice di Gardenia), a Mimma Pallavicini (giornalista esperta in giardini, piante e giardinaggio), a Elena Ricci, fotografa  per avermi inviato queste magnifiche immagini dell’evento.

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Prevenire significa arrivare prima

a10La prevenzione è la messa in pratica di una serie di strumenti, individuali e collettivi, che permettono di preservare la salute; ovvero, di “arrivare prima” delle malattie. La scienza ci dice chiaramente da tempo che gli stili di vita, e fra questi quello alimentare, sono uno strumento fondamentale per prevenire molte fra le patologie più diffuse nella nostra epoca: metaboliche, cardiovascolari, tumorali, gastro-enteriche, neurodegenerative, autoimmuni. Per quale motivo, allora, pur sapendo che mangiare correttamente e muoversi ogni giorno può allungare la vita e renderla qualitativamente migliore, spesso si continua a non prendere in considerazione la questione, attendendo che un esame diagnostico o un evento nefasto ci facciano cambiare idea?
Daniel Goleman nel suo Intelligenza ecologica  sostiene che l’essere umano non riesce ad allarmarsi di fronte a minacce che lo attendono in un’epoca imprecisata del futuro, mentre è ben disposto al cambiamento una volta che le sue certezze siano state messe fortemente e drammaticamente in discussione. Questo concetto, sviluppato da Goleman a proposito dell’utilizzo spregiudicato e del conseguente depauperamento delle risorse terrestri, può senza dubbio essere trasferito dalla dimensione ecologica a quella individuale. Oggi, rispetto ad epoche passate, abbiamo molti strumenti per “arrivare prima”; l’informazione è alla portata di tutti, l’educazione alla salute e l’educazione alimentare sono discipline molto diffuse e accessibili. Ma quello che farebbe la differenza è il cambiamento, al quale invece non facciamo che opporre resistenza. In un saggio affascinante dal titolo La storia del corpo umano, l’autore  Daniel Lieberman sostiene che l’evoluzione culturale, aprendo le porte alla conquista di comodità e benessere abbia surclassato e, in un certo senso mortificato, quella fisica che ha reso il nostro organismo adatto ad alcuni comportamenti e non ad altri. Saperlo, però, dovrebbe farci riflettere, poiché non prendersi cura della propria casa, sia essa la Natura o il proprio organismo, significa eludere questioni che ci riguardano da vicino e che fanno la differenza fra stare in salute o ammalarsi (sia in senso ecologico che individuale). Allora, perché “usurare” senza riguardo qualcosa che possiamo preservare e che può garantirci salute e longevità?

 

Orari, sedi e modalità operative dello studio nutrizionale.

Bambini, terra e cibo

I bambini di oggi, si sa, a parte qualche eccezione, non amano la verdura. Ma se sulla tavola apparecchiata i vegetali non mancano mai e i genitori li consumano quotidianamente, il bambino impara che può fidarsi, ne avrà presto curiosità e finirà col mangiarli normalmente.
I bambini di oggi amano i videogiochi e la tv, ma se li portiamo in campagna e li facciamo “giocare” a fare i contadini, seminando e accudendo la terra, si compirà una magia bellissima e quanto mai inattesa: si sentiranno perfettamente a loro agio e saranno ansiosi di veder nascere le loro piantine e raccogliere i frutti del loro lavoro.
orto in terrazzoNell’orto i bambini cercano e trovano soluzioni ai problemi, sperimentano e valorizzano il legame con il sapere antico; imparano che c’è un tempo e un ciclo per ogni specie coltivata e che i frutti maturati sulle piante sono più sani e più nutrienti di quelli raccolti anzitempo e trasportati per lunghe distanze. Imparano che coltivare la terra significa lavorare con continuità e tenacia, recuperando il valore di un’attività troppo spesso lasciata ai margini e considerata di seconda categoria. Se poi il prodotto del loro gioco-lavoro trova un senso a tavola, allora il cerchio si chiude intorno alla consapevolezza di aver fatto una cosa grande: produrre cibo per sé e per gli altri (tratto da Ti racconto la terra, Edizioni ETS).

E’ compito degli adulti – genitori, nonni, educatori – guidare i bambini a giocare in modo sano; a distogliere l’attenzione da monitor e display e ad essere più dinamici e curiosi. Anche in questo caso, come per le scelte alimentari, le abitudini familiari giocano un ruolo veramente importante. Tutti noi, dunque, dovremmo impegnarci in questo senso, seppure il compito risulti faticoso e complesso, poiché, volenti o nolenti, siamo e saremo il modello cui i nostri figli guardano. Quale occasione migliore per modificare i nostri comportamenti meno virtuosi?

 

Informazioni su sedi, orari e modalità operative dello studio nutrizionale.

 

Integrazione nutri-culturale

DSCN6549I modelli alimentari e le tradizioni culinarie fanno parte del patrimonio culturale di ogni individuo, così come le sue origini e il suo linguaggio. La storia ci insegna che il cibo identifica ma, necessariamente, differenzia. In caso di emigrazione, di fatto, lo stile alimentare è l’ultimo a modificarsi, ma anche ad essere compreso e accettato.

Gli ostacoli ad una integrazione alimentare fra popoli di cultura diversa ha radici lontane e si basa fondamentalmente sulla estrema difficoltà nel cambiare i propri gusti. La cucina tradizionale, legata per definizione al territorio e alla sua storia, permea il palato, diviene omologante in quel dato contesto collettivo, rendendo in genere diffidenti, insofferenti o indifferenti nei confronti di altri sapori. Il cibo, dunque, non è facilmente trasferibile da una cultura all’altra.

Tuttavia, a mio avviso, esistono delle eccezioni, una agli antipodi dell’altra, che demoliscono barriere culturali e diventano insospettabili strumenti di integrazione.

La prima è rappresentata dal Modello Alimentare Mediterraneo (MAM), che si distingue per equilibrio e completezza, è preventivo nei confronti di malattie metaboliche e cardiovascolari ed in realtà rappresenta una cultura, un modus vivendi, che va al di là del semplice atto di nutrirsi. Esso origina dalla cultura greca e le invasioni che si sono succedute nel corso della storia hanno apportato, alle abitudini alimentari pregresse, novità e cibi insoliti che sono stati integrati nel tempo divenendo, a tutti gli effetti, parte delle nostre abitudini alimentari. Ne sono un esempio il pomodoro dall’america latina, molte spezie, introdotte dai romani con i primi viaggi in terre da conquistare, usate nel medioevo europeo per conservare i cibi, e che presto divennero quasi uno status simbol che differenziava le tavole dei ricchi da quelle dei poveri. È il modello alimentare che ci identifica, nato dalle scelte parsimoniose delle nostre campagne e teorizzato dal biologo Ancel Keys negli anni ’40 del secolo scorso. Il Mediterraneo, ovvero tutte le popolazioni che ad esso si affacciano, ha condiviso, pur nella sua eterogeneità di culture e civiltà, pur nella sua varietà di metodologie culinarie, l’importanza dell’alimentazione quale elemento strettamente connesso all’uso del territorio e all’impatto di questo uso sul paesaggio agricolo, selvatico ed urbano.

Un’altra eccezione, capace di demolire barriere culturali in modo più potente e pregnante della prima è la globalizzazione alimentare, ovvero ciò che alcuni studiosi chiamano genericamente col nome di macdonaldizzazione, volendo significare la standardizzazione estrema dei prodotti alimentari che conduce ad una ristorazione completamente integrata di un numero sempre crescente di persone. Con l’industrializzazione del settore alimentare, almeno nel mondo occidentale, si assiste ormai da diversi anni all’abbattimento di barriere culturali, superando persino la naturale diffidenza che il cibo nuovo ed “estraneo” suscita fisiologicamente. La familiarità e l’accondiscendenza che ogni cibo doveva prima meritarsi per essere considerato parte della propria alimentazione è stata soppiantata dalla fiducia incondizionata nel brand. La televisione ha fatto da passepartout, è entrata nelle nostre case e, in moltissimi casi, ha decretato il successo dei nuovi alimenti.

Abolendo e livellando differenze, grazie al basso costo e alla sua estrema palatabilità, il cibo industriale ha dato una forte spinta alla nascita di luoghi che forse potremmo definire trans-culturali, come le paninerie, i ritrovi McDonald’s, in cui le differenze fra popoli si attenuano, favorendo indubbiamente una sorta di socializzazione.

Tuttavia, il prezzo di questo tipo di integrazione è altissimo se pensiamo all’epidemia di obesità e di diabete che ormai preoccupa anche i paesi in via di sviluppo e che la scienza lega strettamente all’eccessivo consumo di alimenti ipercalorici, scadenti e poco nutrienti.

I sociologi, pertanto, stanno ancora studiando le dinamiche di ciò che il cibo, in tempo di pace e di guerra, in terre vicine e lontane, in epoche di immani cambiamenti e intense migrazioni, può determinare. A noi, in attesa di un qualche illuminante saggio da leggere, non resta che prendere atto della sua potenza e continuare a trattarlo con equilibrio e, soprattutto, col dovuto rispetto.

 

Ti racconto la terra- recensioni e interviste

 

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A questo link puoi ascoltare la registrazione dell’intervista rilasciata a La dolce linea, di Tiziana Stallone, per RaiRadioWeb, il 15 novembre 2013.

A questo, invece, puoi leggere la prima recensione sul blog di Laura Montanari (Repubblica Firenze).

 

 

 

Le foto della presentazione al Caffè di Repubblica del
Pisa Book Festival 2013, con Laura Montanari e Fabio Galati.

Foto: Repubblica Caffe' - Pisa Book Festival- Giusi D'Urso presenta Presenta "Ti racconto la terra"

Modello alimentare mediterraneo, doppiamente valido, ma purtroppo ormai scomparso!

 

 

 

 

 

 

Che il modello nutrizionale mediterraneo sia perfettamente coerente con le indicazioni nutrizionali delle linee guida prodotte dalle più importanti ed autorevoli società ed istituzioni scientifiche del nostro tempo è cosa nota. Esso, lo ricordiamo, si basa su un elevato consumo di verdura, legumi, frutta e frutta secca, olio d’oliva e cereali (un tempo, quasi tutti integrali); un moderato consumo di pesce e latticini; un limitato consumo di carne.
E’ nella cultura greca che la dieta mediterranea affonda le sue radici, sviluppatesi, poi attraverso i secoli, come esigenza di parsimonia durante ere storiche poverissime che hanno attinto regole e spunti di sopravvivenza dalla cultura contadina, soprattutto del nostro meridione.
Le abitudini alimentari dei contadini del sud si diffusero durante il Medioevo e, tramandandosi di secolo in secolo, giunsero fino alla seconda guerra mondiale, suggestionando e incuriosendo Ancel Keys, medico americano, che rimase  colpito dalle abitudini alimentari della popolazione del Cilento, conosciuta una volta sbarcato a Paestum al seguito della quinta Armata nel 1944. Egli, così, divenne il principale teorico della dieta mediterranea, indicandola e definendola come il modello nutrizionale preventivo nei confronti di malattie cardiovascolari e metaboliche. Dagli studi di Keys ad oggi, moltissimi studiosi hanno confermato l’importante correlazione fra dieta mediterranea, buona salute e longevità.
Uno degli studi più recenti più importanti è quello condotto da  EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition); si tratta del più vasto studio di popolazione condotto sui rapporti tra dieta e salute. I risultati sono chiari: frutta e verdura riducono la mortalità negli anziani, mentre la mortalità aumenta in chi consuma più grassi saturi (ovvero quelli di origine animale; ricordiamo però che anche gli oli tropicali pur essendo vegetali  sono ricchi di grassi saturi). La “mediterraneità” della dieta è stata giudicata individuando gruppi di alimenti “mediterranei” (vegetali, legumi, frutta, cereali e pesce) e comportamenti mediterranei, come consumo maggiore di acidi grassi insaturi (mono e poliinsaturi) rispetto ai saturi. E’ stato visto che più un modello nutrizionale delle popolazioni campione si avvicina al mediterraneo più è alta la percentuale di longevità.

Oggi, però, è importante ed urgente valutare un modello nutrizionale anche rispetto alla sua sostenibilità.  Sono moltissimi gli studi relativi all’impatto ambientale di ogni alimento e del modo in cui esso viene consumato. Dai vari studi emerge l’importanza della valutazione di particolari indicatori ambientali, quali l’emissione di gas serra (Corbon Footprint) l’impronta idrica (Water Footprint), l’impronta ecologica (Ecological Footprint).
Ebbene, anche da questo punto di vista, le abitudini alimentari del centro sud Italia degli anni ’50 risultano virtuose. Difatti, frutta, ortaggi e cereali,  se locali e stagionali,  hanno un impatto ecologico molto minore della carne. In particolare, la produzione di carni bovine, materia prima essenziale dei piatti dei fast food,  ha  un enorme impatto ambientale; basti pensare che ci vogliono 100 grammi di proteine vegetali per ottenere 15 grammi di proteine animali da una mucca o da un maiale. Tempo fa, su Il Manifesto, Francesca Colasanti scriveva “…un mondo popolato da un miliardo di bovini, un’immensa mandria che occupa il 24 per cento della superficie della terra e che consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone: la specie umana, se vuole salvare se stessa e il pianeta che la ospita, è destinata ad andare “oltre la carne”.
Sulla sostenibilità del consumo di carne vi sono in letteratura molti studi e molti saggi su cui potersi documentare, a partire da “Ecocidio”, un testo veramente incisivo, di Jeremy Rifkin pubblicato nel 1992.

Siamo in Italia, culla della dieta mediterranea vi direte, che problema c’è, allora? C’è più di un problema e lo sappiamo tutti. Ma per non fare elenchi estenuanti mi concentrerò su uno, quello di fondo.
Non stupitevi, a questo punto, se asserisco che la dieta mediterranea, così come Keys l’aveva esaltata nei suoi studi dagli anni ’50 in poi, non esiste più. E’ stata soppiantata da un’accozzaglia di scelte alimentari, frutto assai poco felice, della globalizzazione dei modelli nutrizionali d’oltre oceano. La dieta mediterranea è rimasta nella nostra testa, come una bella immagine del passato, di cui andiamo ipocritamente fieri.
Negli ultimi decenni nel nostro Paese si sono verificati cambiamenti drastici nello stile dei consumi alimentari che hanno aperto la strada al consumo di prodotti industriali, nutrizionalmente poveri e molto adulterati. Ma anche gli alimenti di base del nostro modello alimentare d’origine sono cambiati: pensiamo alle farine, all’olio d’oliva, al vino. Ogni giorno, sui quotidiani leggiamo di adulterazioni e truffe riguardo a questi ed altri componenti della dieta.
E’ difficile, dunque, pensare di stare nel posto giusto al momento giusto, se non facciamo qualcosa per cambiare questa tendenza. Non si tratta, in fondo, di inventarci qualcosa di nuovo, ma di riscoprire le nostre origini e di valorizzarle. Siamo ancora un Paese “geograficamente” adeguato al modello alimentare mediterraneo, a patto di essere disposti al cambiamento culturale, senza il quale nessuna rivoluzione, tanto meno quella alimentare, sarà mai possibile.

Per approfondire

  • Martínez-González MA, de la Fuente-Arrillaga C, Nunez-Cordoba JM, Basterra-Gortari FJ, Beunza JJ, Vazquez Z, Benito S, Tortosa A, Bes-Rastrollo M. Adherence to Mediterranean diet and risk of developing diabetes: prospective cohort study. BMJ 2008; 336(7657):1348 -1351
  • Sofi F, Cesari F, Abbate R, Gensini GF, Casini A. Adherence to Mediterranean diet and health status: meta-analysis. BMJ 2008;11:337-344.
  • Dieta mediterranea e cardioprotezione. Raffaele De Caterina. I quaderni del CNR. Primula Editrice.
  • Eating Planet 2012. BCFN. Edizioni Ambiente (da cui è tratta l’immagine della doppia piramide).

 

 

Per non “mangiarci” il futuro…

Le generazioni future, con ogni probabilità, si troveranno a pagare l’attuale amministrazione, piuttosto sconsiderata, delle risorse della terra. Ognuno di noi può fare moltissimo per contribuire a un ambiente più sano, alla salute e al benessere nostri e delle altre popolazioni.
E’ assolutamente necessario dare alle famiglie un’informazione puntuale sui temi che riguardano il cibo,  l’ambiente e il futuro del mondo, e proporre azioni educative anche piccole, ma con contenuti concreti da diffondere a tappeto sul territorio. L’informazione-educazione dovrebbe iniziare dal concetto di “cibo”, a tutti noi molto caro.
Una parte della popolazione del mondo ha fame, mentre nei paesi a sviluppo avanzato la disponibilità di cibo è grande, ed è connotata da sprechi e ricadute sulla salute come l’obesità, il diabete, la sindrome metabolica, i disturbi del comportamento alimentare. Negli ultimi decenni il nostro modo di mangiare si è drasticamente trasformato: i ritmi di vita e le scelte di mercato ci inducono a comportamenti che spesso non vanno d’accordo né con la sostenibilità dell’ambiente, tanto meno con la nostra salute.
Nei paesi sviluppati come il nostro, il cibo abbondantemente disponibile viene prodotto per lo più da coltivazioni intensive, con un impatto ambientale ormai non più sostenibile. Questo tipo di produzione, fortemente incoraggiata dalla maggior parte dei governi, usa grandi quantità di pesticidi, fertilizzanti e specie vegetali OGM, provocando di fatto il progressivo annullamento della biodiversità. Nel contempo altri paesi, per lo più poveri, non riescono ad esportare i loro prodotti ad un prezzo equo, né a produrre a sufficienza per sé.
Una risposta a questo andazzo poco lusinghiero potrebbe essere l’agricoltura biologica, che inquina meno, ma ha una resa minore di quella convenzionale. D’altra parte, viene sostenuto ormai da tempo che riducendo i consumi di alimenti di origine animale, si ridurrebbe la necessità di produrre mangimi in modo intensivo (per lo più a base di mais e soia). Gran parte dei terreni agricoli sono attualmente coltivati a cereali e il 40% della produzione mondiale di questi cereali è destinato a diventare mangime per gli animali che, a loro volta, sono allevati per produrre carne, latte e uova. La riduzione dell’allevamento intensivo fornirebbe, dunque, “spazio agricolo” che potrebbe essere coltivato biologicamente, con produzione di frutta e verdure di qualità.
Un’alimentazione meno ricca di proteine animali sarebbe, quindi, più sana per noi (molte malattie metaboliche sono peggiorate e, a volte, causate da un eccessivo consumo di carne) e per l’ambiente.

Come si può operare il cambiamento? Cosa possiamo fare noi in concreto nelle nostre famiglie?

Qualche suggerimento:

  • abituare fin da piccoli i nostri figli a mangiare molti cibi di origine vegetale, con particolare attenzione alle coltivazioni stagionali e locali;
  • preparare i pasti tenendo presente i componenti principali degli alimenti e accostarli tra loro facendo attenzione al gusto, ai colori, ma anche alla propria cultura e alle proprie tradizioni: poche proteine animali, molti legumi, molta verdura e frutta, pochi grassi animali, meglio i condimenti vegetali (dieta mediterranea);
  • acquistare verdure coltivate all’aperto, cresciute grazie all’energia del sole, e non in serra (le serre vanno scaldate e quindi inquinano);
  • scegliere prodotti territoriali, che devono essere trasportati solo per brevi tratti (filiera corta e sostegno alle le aziende locali);
  • scegliere cibi da produzione biologica o biodinamica seria che rispetta i cicli naturali e non utilizza concimi o pesticidi sintetizzati chimicamente. Cioè preferire prodotti di alta qualità, coltivati «secondo natura», che garantiscono fertilità del suolo a lungo termine e allevamenti rispettosi degli animali;
  • acquistare prodotti del commercio equo-solidale, contribuendo ad assicurare ai produttori dei paesi più poveri del mondo un reddito sufficiente per vivere e produrre nel rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori;
  • mangiare frutta e verdura in abbondanza: assicurano sostanze nutritive essenziali all’organismo, inquinano meno le acque e la loro produzione grava meno sul clima rispetto ai prodotti animali;
  • consumare animali che possono pascolare in libertà: sono più sani rispetto a quelli che trascorrono gran parte della loro vita in stalla o in batteria;
  • scegliere il pesce del luogo. Lo sfruttamento ittico è eccessivo per molte specie marine, il cui habitat è minacciato da metodi di pesca troppo aggressivi. L’allevamento non rappresenta un’alternativa valida né dal punto di vista nutrizionale che ambientale.
  • scegliere i cibi in cui c’è un minore  imballaggio o che hanno contenitori riciclabili, per evitare ulteriori fonti di contaminazione;
  • preparare pietanze di “recupero” (polpettone, zuppa, ecc) per non sprecare il cibo avanzato.